La risposta ai teorici del niente

La risposta è questa: niente. Io rovescio la domanda, e chiedo a quei tanti che da settimane declamavano solo ciò che non andava fatto: dite, che cosa andava fatto? Mascherata da astratta difesa della vita, la loro implicita risposta resta questa: niente. Bisogna lasciare le cose come stanno. Bisogna lasciare che il caso Welby possa sembrare solo l'ultima baracconata dei Radicali, bisogna lasciar credere che Piergiorgio Welby fosse un depresso che chiedeva l'eutanasia: e non un uomo coraggioso che da anni aveva chiesto di poter evitare quella morte per soffocamento che nessun respiratore gli avrebbe infine evitato, un uomo che negli ultimi giorni di vita, invitato a resistere, rispose che non voleva più restare nel braccio della morte.
Un uomo che ha cercato di percorrere una via di legalità formale, un uomo come i tanti che si sono immolati in un Paese incapace di non procedere a strappi, un uomo che mercoledì notte ha chiesto che gli fosse staccato il respiratore non certo sulla base dei tempi della politica o della magistratura e purtroppo dello sciopero dei giornalisti: ha scelto e basta, ha rifiutato l'elemosina di un distacco clandestino, e non esiste il rischio che diventi una bandiera come teme qualche onorevole: lo è già. Ma ciò non si vuole. E allora bisogna lasciar credere che il nostro Paese non abbia neppure bisogno di una normativa più chiara: e non sull'eutanasia, che nessuno o quasi realisticamente chiede, ma sul maledetto accanimento terapeutico o sulla possibilità di un testamento biologico, sul cosiddetto consenso informato, ciò che c'è in tutta Europa mentre da noi c'è questo: niente.
È così chiara, la norma, che abbiamo delegato la vita o la morte di Welby alle carte bollate dei tribunali, oppure a medici secondo i quali per legge non si poteva intervenire mentre un altro medico ha pensato evidentemente di sì, sicché la spina l'ha staccata. È chiarissima, la norma. È per questo che anche il Consiglio Superiore di Sanità ha chiesto una nuova legge per distinguere tra accanimento e cura: perché è chiara. La verità, a latere del nostro prezioso dibattere, è che il fisiologico ritardo culturale della politica ha registrato un ulteriore distacco dalla realtà. Le opinioni sui giornali sono lampanti, ma mai abbastanza da illuminare il grigio di quella clandestinità italiana dove il decesso di centinaia di migliaia di persone è accompagnato da un intervento non dichiarato dei medici.
È stata un'indagine del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano, e non di Pannella, ad aver appurato che il 3,6 per cento di essi ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle cure, tipo appunto staccare un respiratore. È una rivista autorevole come Lancet ad aver sostenuto che il 23 per cento dei decessi, in Italia, è stato preceduto da una decisione medica, e che il 79,4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale. Ma come stiano realmente le cose non interessa: la Commissione affari sociali, ieri l'altro, ha inspiegabilmente respinto la proposta d'istituire un'indagine conoscitiva sul fenomeno. Si fa, non si dice né si deve sapere. È questa la morale molto italiana che avvolge un dibattito che Welby chiese al Presidente della Repubblica, ricevendone in cambio questo nostro fumo: del resto si trattava solo di aspettare che morisse, scambiando per vita la sua agonia. Ora è finita.
Chi lo amava, chi nei suoi occhi leggeva ormai solo la più terrificante delle umane coscienze, chi in quella stanza osservava la morte che pazientava con clinica certezza, senza fretta, così da poterlo gratuitamente torturare, ora dice grazie.