Caro Mario, i comunisti non ci sono più

Caro Mario,
nella tua reprimenda di ieri, che non tocca, mi preme dirtelo subito, il nostro fraterno rapporto - mi pare di aver colto, più che rancore, un rimpianto che forse riflette assai bene i sentimenti di tanti tuoi lettori, che un tempo furono anche i miei. È a loro quindi che, attraverso di te, mi rivolgo per chiarire alcuni equivoci di cui non mi sento colpevole.

1) Non capisco il loro stupore per la dichiarazione di voto da me fatta sabato scorso a Telemontecarlo: mi sembra ch’essa fosse implicita in tutto ciò che in questi ultimi tempi vado dicendo e scrivendo, anche se nessuno ha l’obbligo di seguirlo.

2) Non ho certo bisogno di ricordare a te, né - spero - ai lettori l’anticomunismo «viscerale» di cui io e codesto Giornale fummo per un ventennio insigniti. Ma quando? Quando i comunisti c’erano davvero, avevano in pugno tutta la sinistra, e l’Unione Sovietica alle spalle, e picchiavano forte, come ben sanno le mie povere gambe che non mi portano più. Ma le mie battaglie io sono abituato a farle contro i vivi, non contro i morti, e di comunisti vivi, cioè che pensino di poter resuscitare il comunismo, non ne vedo più in giro (salvo qualche «macchietta» da discoteca come Bertinotti) nemmeno in Russia. Nel mio galateo c’è una regola che invita ad aiutare il nemico vinto a rialzarsi e che io ho applicato stendendo la mano ai miei attentatori, reduci da dieci anni di galera.

Senza contare che non vedo come potrei negare la legittimazione democratica ai Ds, se l’ammetto, come io senza esitazione l’ammetto, per Alleanza Nazionale.

3) E infine, last but not least, ho fatto questa scelta perché non riesco a frenare un moto di ribellione contro un certo linguaggio. So benissimo, dopo tante che me ne sono passate a tiro d’occhi e d’orecchi, che le campagne elettorali trasformano un po’ tutti i concorrenti in mercanti in fiera. Ma di sentir dire che «sulla scena politica mondiale non c’è nessuno che può confrontarsi con me che sono il leader migliore d’Europa» è la prima volta che mi capita; così com’è la prima volta che sento dare all’avversario diretto di «burattino», «leader di plastica», «abortista», «bimbo copione con regressioni infantili». No, le mie saranno fisime. Ma queste smitragliate di goffaggini e sguaiatezze non le accetto nemmeno da chi, per finire, attribuisce a se stesso «la pazienza d’un santo» e dei «nervi d’acciaio», infischiandosi di quelli nostri.

Con questa replica, caro Mario, spero di non procurarti guai. Se te ne procurasse, vorrebbe dire che la pazienza dei Santi è ben poca e povera cosa. Tuo,