La risposta psicologica al terrorismo

La decisione del governo israeliano di creare una «zona di sicurezza» nel nord di Gaza, rappresenta un’«escalation» nella crisi provocata dal rapimento del caporale Gilad Shalit. Con le «zone di sicurezza» Israele ha avuto una lunga e infelice esperienza in Libano, ma le condizioni a Gaza sono differenti. In Libano gli israeliani si appoggiavano, almeno inizialmente, a elementi locali ostili alla presenza palestinese; a Gaza di elementi del genere non ce ne sono. Si tratta, dunque, di una parziale rioccupazione militare compiuta come azione di guerra e in risposta a una significativa elevazione del livello della crisi da parte dei palestinesi. Come il razzo lanciato ieri contro la città portuale di Ashkelon che forse è stato addirittura montato localmente ed era azionato da due motori di sicura importazione estera che gli hanno dato una gittata di 12-15 chilometri.
Del resto la Tv araba Al Jazeera non solo ha mandato in onda recentemente interviste di terroristi palestinesi specializzati nel lancio di missili contro Israele, ma è stata anche autorizzata a fotografare le loro fabbriche e magazzini sotterranei e a pubblicizzare le loro dichiarazioni su questi lanci missilistici - su cui l’autorità palestinese e il governo Hamas non hanno alcun controllo - che fanno parte di strutture belliche offensive molto più perfezionate che nel passato. Il missile, che ha colpito per fortuna una scuola vuota a Ashkelon, ha fatto suonare un campanello d’allarme in questa città portuale, incrocio di vie di comunicazione strategiche in Israele: oleodotto e acquedotto nazionale; autostrada di collegamento con il Negev a Sud, Tel Aviv a Nord e Gerusalemme a Est; grandi depositi di container navali, eccetera. Per questo Israele non può permettere che la sua sicurezza sia messa in pericolo.
Ci sono poi anche motivi squisitamente politici dietro la decisione di rioccupare parzialmente Gaza. Con questa mossa il governo risponde alle accuse della destra di aver ceduto prima la zona di sicurezza nel Libano, poi Gaza, senza ricevere nulla in cambio. In particolare cerca di rispondere all’accusa di aver affidato - sotto pressione americana - agli egiziani il controllo di quel «corridoio Philadelphia» attraverso il quale oggi giungono a Gaza illimitate quantità di armi, esplosivi e molto denaro. Il messaggio del gabinetto di sicurezza israeliano, tanto all’interno che all’estero, è che d’ora in poi Gerusalemme non darà più nulla ai palestinesi in cambio solo di buone parole e buone intenzioni.
Un altro movente politico appartiene alla strategia della guerra psicologica, più che a quella contro il terrorismo. È la risposta alla pretesa di Hamas di aver costretto Israele con la forza a evacuare Gaza come gli Hezbollah avevano fatto nel Libano. Pretesa che certo ha contribuito al successo elettorale di Hamas cinque mesi fa. Non essendoci più coloni da difendere, ma solo territorio nemico da presidiare, la mossa di Gerusalemme però appare come la messa a punto di un modello di reazione nuova al terrorismo palestinese. Occorrerà vedere ora come reagiranno il mondo arabo, gli Stati Uniti e l’Europa.