Rispunta Lelouch con i suoi destini incrociati

nostro inviato a Cannes

«Lelouch è tornato» grida qualcuno del pubblico mentre in piedi stanno tutti ad applaudire un regista tanto amato quanto odiato, vittima del suo successo, dell'invidia altrui e di sé stesso. Settant'anni all'anagrafe, cinquant'anni nel cinema, 48 film all'attivo, unico regista francese ancora in vita fra quelli che hanno vinto la Palma d'oro, premio Oscar alla carriera, i suoi ultimi film erano stati un disastro. Ai critici che storcevano il naso ci si era abituato, e in fondo facevano parte del gioco. Ma che gli spettatori potessero voltargli le spalle, no, questo non se lo sarebbe mai immaginato. Nel tempo, il fallimento professionale si era trasformato in qualcosa di più profondo ed esistenziale.
Così un anno fa, sotto falso nome e blindando gli attori dietro una sorta di segreto professionale, Lelouch ha girato questo Roman de gare spendendoci del suo e scommettendo sul suo talento. E non è un caso che il film si chiuda citando il nome di Roman Gary, famoso scrittore fra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta che si ritrovò all'improvviso superato dalle mode, dai gusti e dai critici e si fece beffe di quelle e di questi, facendo gridare al capolavoro con un romanzo, La vita davanti a sé, premiato con tanto di Goncourt, scritto sempre da lui, ma sotto il nome d'arte di Emile Ajar... Lo si seppe solo dopo che Gary si era ucciso, lasciando una lettera in cui raccontava la mistificazione: animo tenero e non drammatico, Lelouch ha scelto di rivelare il tutto a film terminato. «Non me la sono sentita di portare il gioco sino in fondo» confessa.
Presentato ieri fuori concorso nella sezione speciale allestita per i sessant'anni della rassegna, Roman de gare è un Lelouch classico, ripulito, anche se non del tutto depurato, dal lelouchismo, ovvero quel combinato disposto di immagini patinate, luoghi e oggetti di lusso, mélo sentimentale che negli anni avevano finito per soffocarlo. Mentre a Gary riuscì per una volta di essere «un altro», qui fin da subito si capisce chi è l'autore. Ci sono le vite incrociate e il destino che si diverte a separarle e/o a farle incontrare, c'è la Provenza e la Costa azzurra, un panfilo e una spider d'epoca, Gilbert Becaud come colonna sonora... E tuttavia raccontando la storia di un ghost-writer alle dipendenze di una famosa scrittrice che vuole riprendersi la propria libertà e la propria dignità, e di quest'ultima terrorizzata all'idea di essere lasciata dalla sua ormai unica fonte creativa, Lelouch racconta sé stesso, la condanna a un cliché, la maledizione a ripetersi, la paura del vuoto come autore. «Le pressioni, i pregiudizi, alla fine ti paralizzano. Volevo ritrovare me stesso, senza però essere condizionato da me stesso».
Fanny Ardant nella parte di chi ha perso il dono di creare, Dominique Pinon in quella del «negro» che vuole indietro la sua anima di autore, sono, soprattutto il secondo, più che credibili. Ma è l'intero cast che funziona e con esso tutta la vicenda dove un killer seriale in fuga dal carcere, un professore in fuga dalla famiglia, una parrucchiera in fuga dal fidanzato concorrono a un intreccio in cui il giallo e il rosa si intrecciano l'uno nell'altro come i binari ferroviari (Tracks, binari, appunto, è il titolo in inglese). Che Lelouch sia tornato, è insomma un dato di fatto, ma si può anche dire che in fondo non se n'era mai andato. Aveva solo perso un po' di treni e di coincidenze e ci si era abituati all'idea che ormai non arrivasse più.