Rispunta Prodi: riparte il gioco dell'oca rossa

Per uscire dalle secche in cui le dimissioni di Delbono hanno gettato Bologna il centrosinistra invoca il Professore. E' l'eterna altalena del Pd: i protagonisti sono sempre gli stessi. Al massimo stanno fermi un giro, poi ritornano. <strong><a href="/interni/fra_due_forni_casini_resta_cerino_mano/01-02-2010/articolo-id=418262-page=0-comments=1">Fra i due forni Casini resta con il cerino in mano</a></strong>

Un grido si leva da Bologna, a metà tra il dolore e la speranza: Prodi sindaco! È un coro supplice, un'ovazione fiduciosa, una marea oceanica, o almeno così ci viene rappresentata. La città del Professore è sgomenta per le dimissioni di Flavio Delbono. Gli assessori piangono inconsolabili. Vasco Errani trema nel terremoto che fa traballare anche la sua terza campagna elettorale per la regione. La sinistra è sotto choc davanti alla prospettiva di dover scegliere un nuovo candidato sindaco dopo aver patito le pene dell'inferno un anno fa per sostituire Sergio Cofferati.

Ed ecco calare dall'alto quello che nelle tragedie greche risolveva le trame più intricate. In questo sceneggiato alla dottor Balanzone il deus ex machina ha la faccia seria, il parlare lento e la ritrosia estenuante di Romano Prodi. Lui e nessun altro può risollevare la Dotta, «sazia e disperata» secondo il cardinale Giacomo Biffi, «strana signora, volgare matrona» come la canta Francesco Guccini, la «Dark Bologna» di Lucio Dalla dove «c'è Sirio, ma che due maroni». E proprio Dalla ha lanciato la candidatura di Prodi per il dopo Delbono. Lui ha lanciato il martellamento, il tam-tam per convincere l'ex premier a lasciare il suo esilio dorato fatto di conferenze, lezioni, viaggi dalla Cina all'Africa.

I bolognesi che contano, dal presidente della Fondazione Carisbo Fabio Roversi Monaco al filosofo Stefano Bonaga, dall'imprenditore Alberto Vacchi all'allenatore Franco Colomba, sono un cuor solo per Romano: è l'unico che può sbrogliare questo intrigo. Ieri si sono uniti al pressing anche Nichi Vendola ed Enzo Bianco. Lui tace, chiuso nel dolore per la scomparsa dell'ottantacinquenne fratello maggiore Giovanni. Parla la sua portavoce, l'onorevole Sandra Zampa, la quale fa sapere che «l'orientamento non è cambiato». Cioè Prodi non ha nessuna voglia di infilarsi nelle sabbie mobili in cui si dibatte la città. Ma nessuno si pronuncia neppure dai quartieri generali del Pd, segno che da Pier Luigi Bersani all'ultimo notabile del partito bolognese non sono in molti a osannare il ritorno del Grande Assente.

Tuttavia dalle colonne del Corriere della Sera traspare un certo compiacimento di Prodi, la soddisfazione per essere ancora cercato e voluto come salvatore della patria. È il copione che gli piace di più, l'unico che vorrebbe gli venisse sottoposto, quello che ha sempre recitato. Uomo della provvidenza quando lo chiamarono alla guida dell'Iri. Ancora più provvidenziale quando lo vollero una seconda volta sul carrozzone. Manna dal cielo quando lo caricarono su un pullman per sconfiggere Silvio Berlusconi. Provvidenzialissimo quando lo fecero tornare da Bruxelles per vincere il secondo assalto al Cavaliere. E chi, se non lui, avrebbe potuto traghettare l'Italia nell'euro? E se non c'era lui a presiedere la Commissione europea, chi si azzardava ad allargare verso Est l'Unione?

Essendo un vero deus, ancorché ex machina, esiste un solo sistema per smuoverlo: pregarlo, pregarlo, pregarlo. Quando il coro orante rasenta l'imbarazzo, a Prodi non resterà che degnarsi ad accogliere le implorazioni. Funzionerà anche questa volta? Lo vedremo a giorni. D'altra parte, sono quasi due anni che sta fuori per turno dalla grande partita della politica. Perché nel Pd le cose vanno come in un gigantesco gioco dell'oca, a lungo tiri i dadi, avanzi sul tabellone, ma quando capiti nella casella sbagliata ti devi fermare. Fuori un turno.

Massimo D'Alema è un esperto, la sua carriera è punteggiata di alti e bassi: al partito, alla Bicamerale, a Palazzo Chigi, alla Farnesina. E in mezzo, fermo un giro perché nel frattempo giocava qualcun altro; adesso che ha esaurito il ruolo di king maker per il lancio di Bersani, può prendersi il suo periodo sabbatico sulla poltrona di presidente del Comitato di controllo sui servizi. Chi invece era fermo si muove, come Walter Veltroni: anche lui L’Unità, poi il governo, infine il partito; in mezzo qualche libro e la promessa che si sarebbe ritirato a fare il volontario in Africa. Era in panchina dopo il disastroso decollo del Partito democratico, ed eccolo che torna a scalpitare, a rilasciare interviste, tirare le orecchie, dettare indicazioni.

Il Pd è una grande altalena dove un momento sei su e quello dopo sprofondi. Si comanda a turno: mentre qualcuno rimane bloccato dalla prigione (metaforica), dallo scheletro o dalle altre caselle-trabocchetto del gioco, qualche ochetta avanza sullo scacchiere della politica finché non arriva il suo turno di passare la mano. Prodi e D'Alema, Veltroni e Fassino, Amato e Bersani: è tutto uno scambiarsi di posto, riprendere fiato e quindi ricominciare. Per le facce nuove c'è tempo, per informazioni chiedere al giovane Francesco Boccia, pupillo di Enrico Letta mandato per due volte al massacro nelle primarie del Pd in Puglia che il solito Vendola aveva già vinto in partenza.

Ora toccherebbe a Prodi alzarsi dalla panca e riprendere posto nella prima squadra. Lui ha imposto Flavio Delbono a sindaco di Bologna, lui ha fatto in modo che il Pd gli facesse vincere le primarie, lui ora tolga le castagne dal fuoco all'ex capitale del buon governo rosso. «Sarebbe un sacrificio personale non indifferente», spiegano le persone a lui vicine. Ma immolarsi è il destino che Prodi ha sempre inseguito.