Rissa sulle poltrone Fli: nessuno comanda

Rho (Milano)Niente di nuovo sotto il sole. Il motto di Fini resta quello di sempre: divide et impera per poter regnare con il pungo di ferro e il terrore. Così è stato nel Msi, in An e ora nel Fli. Con un paradosso e una differenza. Il paradosso: nato come corrente del Pdl, Futuro della libertà vede la luce già divorato al suo interno dalle correnti. «Metastasi», le definì lo stesso Fini qualche anno fa. La differenza: An era un grande partito, quello nato ieri è un partitino di 32 deputati e 10 senatori dal peso elettorale indefinito ma esiguo. Tuttavia è già un mostriciattolo a mille teste, ognuna delle quali sogna di divorare l’altra.
Il parto del nuovo partito, per quanto riguarda gli organigrammi, è più che travagliato. Per spartirsi i ruoli chiave sono botte da orbi fino alla serata di ieri. Alla fine decide Fini. Il suo diktat: Bocchino leader del partito, Menia suo vice, Della Vedova capogruppo alla Camera, Viespoli capo dei senatori, Ronchi presidente, Urso portavoce. È lui il grande sconfitto. Ma i malumori serpeggiano un po’ a tutti i livelli. Sabato notte, in un summit per sciogliere il nodo relativo al pilota del partito pro tempore, sono volate parole grosse. Bocchino, Urso e Menia sono arrivati quasi alle mani all’hotel principe di Savoia di piazza della Repubblica. Fini li ha lasciati scannare: Bocchino, il fedelissimo, candidato alla leadership con lo sponsor forte del capo supremo; Menia, anima destra del Fli, buona organizzazione sul territorio e anti-bocchiniano; Urso, il coordinatore, più politico e meno organizzatore, di fatto il grande trombato. Secondo i piani di Fini il partito deve essere guidato da Italo: il più falchista e quindi il più devoto a Gianfranco. Il rivale Menia, sulla carta, avrebbe dovuto ricoprire la carica lasciata libera da Bocchino: capogruppo a Montecitorio. E Urso? Declassato, degradato al ruolo di portavoce. Appoggiato dai senatori e dal moderato Ronchi, ha sbattuto i pugni sul tavolo fino alla fine. A guidare gli ultras pro Urso, il capogruppo a palazzo Madama, Pasquale Viespoli. Il quale, campano come Italo, detesta Bocchino anche per motivi di territorio. Si è cercata l’intesa e la mediazione fino a notte fonda ma sono soltanto volati urla e veti incrociati. La rissa è proseguita per tutta la giornata di ieri e il duello, in vista di Bocchino leaderino, è diventato Urso-Menia per l’incarico di capogruppo. Così, dopo il comizio di Fini e i finti baci e abbracci, tra i colonnelli sono rispuntati i coltelli.
Da una parte le colombe e i senatori, in odio allo spregiudicato Bocchino; dall’altra i falchi più vicini alla linea del capo. I primi, durante l’estenuante trattativa, hanno pure minacciato di sbattere la porta e andarsene con un documento denuncia. I secondi hanno risposto raccogliendo le firme su un altro documento per chiedere a Fini di decidere. In alternativa, lasciar scegliere l’assemblea. Una soluzione che sarebbe stata traumatica e avrebbe reso plateale la spaccatura interna. Tre posti a disposizione e, pur essendo quattro gatti, i futuristi si sono scannati fino a tardo pomeriggio. Per superare l’empasse, qualcuno ha avanzato anche l’idea di un tandem Bocchino-Urso. Ma il niet è arrivato da Gianfranco in persona. Il quale ha sfoderato il suo pugno di ferro e imposto il suo volere, sparigliando le carte: Menia bocciato come capo dei deputati, promosso Benedetto Della Vedova.
Ex presidente di Radicali, ex leader dei Riformatori Liberali, attuale presidente di Libertiamo, Della Vedova è uno dei pochi che non ha radici di destra ma ormai può essere considerato uno dei fedelissimi di Fini. Inoltre gode dell’appoggio di molti onorevoli. I malumori continuano e non è detto che possano sfociare in un patatrac: oggi, infatti, Urso e Viespoli - che si dicono «sconcertati per le decisioni di Fini - si incontreranno assieme ad altri malpancisti per decidere il da farsi. E non è escluso un addio al partito. Il Fli è appena nato ma è già moribondo.