Il risveglio in panchina del migliore del mondo

Gigi Buffon chiude la porta. La sua e quella di quest’anno maledetto. Ciao 2010, a non rivederci più. Non c’è un dvd, non c’è una partita, non c’è un ricordo da alimentare. La Juve peggiore degli ultimi trent’anni, la Nazionale più imbarazzante degli ultimi venti, la schiena, l’operazione, le voci. Si ricomincia con un allenamento. Lui con gli altri, lui come gli altri. Perché è così che dev’essere per il primo che ha cancellato la storia della diversità del portiere. Con lui, da lui, non è più dieci più uno. Buffon non è mai stato l’unico solista in un gioco di squadra, quello che si distingue dal colore che indossa, differente da quello dei compagni. Giocherebbe con le strisce bianconere anche in porta. Calciatore e basta. Piedi, mani, petto, testa. Ricomincia senza pallone tra le mani, correndo col gruppo della Juve: è li che vuole stare, è lì che starà. I monumenti si possono spostare, si possono vendere, si possono cedere, ma non così: non a gennaio, non come uno qualunque, non come uno che non funziona e del quale bisogna liberarsi. Se e quando andrà via dalla Juventus sarà nel mercato vero, in estate, quando ogni acquisto è un colpo, quando ogni trattativa è un affare. Adesso pensa a giocare, Gigi. Pensa a quel posto che era suo e che adesso non lo è più. Storari è un amico rivale. Una porta, un titolare. Gigi è il dodicesimo per la prima volta nella vita: parte dietro, staccato, di rincorsa. Il migliore del mondo che deve riprendersi se stesso. Sono sedici anni che non sa cosa sia una panchina. Dal 29 gennaio 1995: Parma-Milan. Ce lo siamo dimenticati quel giorno: il ragazzino uscito dal nulla per diventare tutto. Gigi è passato dalla fanciullezza alla maturità.
A 32 anni è un giovane vecchio, cresciuto per forza più che per volontà, passato attraverso polemiche, bravate, pazzie, scuse, sorrisi, applausi. Adesso ha smesso di essere protagonista a ogni costo: non è più quello che a Parma andò in porta con la scritta «Boia chi molla» e scatenò un caso politico finito. Ora fa il maturo, il saggio, l’esperto. Cioè tutto quello che è senza desiderare fino in fondo di esserlo, perché l’indole e il carattere sarebbero altri, più vicini al fancazzismo alla Zenga che alla serietà di Zoff. Non ha amato nessuno dei due. Non Dino che quando Gigi aveva neanche sei mesi fu accusato di avere difetti di vista, di stropicciarsi perché miope: «Non vede da lontano». Non Walter, che resterà sempre quello del gol di Caniggia. Buffon sa che a lui non succederà, perché il pallone è diventato un altro, perché i portieri come lui non sono più quelli con una maglia diversa che possono giocare con le mani. Su Gigi si sono fatti i conti: «Io e lui insieme valiamo 20 punti a campionato», ha detto una volta Trezeguet. David è stato venduto, Gigi no, anche se non è più quello in grado di valere quanto un centravanti. Quell’era è finita. È stata grande, immensa, unica: il primo a ridare dignità definitiva alla categoria, che vince il premio come miglior giocatore della Champions 2003, il primo che non si rifugia nelle classifiche dedicate solo a quelli coi guanti. Giocatore, senza indicare per forza il ruolo. Forse è per questo che sognando di fare il portiere amava un centrocampista: «Quando ero piccolo, il mio giocatore preferito, quello che amavo di più, che mi faceva divertire era Lothar Matthaeus».
Ha scelto tardi che sarebbe stato tra i pali: a 12 anni, quando molti già devono arrendersi all’idea che non potranno mai giocare, oppure quando è il corpo che ti spinge verso un ruolo. Gigi ha scelto ed è diventato il migliore. Un mito alimentato a ogni parata, fino a Berlino, fino all’apoteosi della vita e della carriera. Poteva soltanto scendere. È sceso. Eppure l’inizio della fine è stato anche il principio di un nuovo Gigi. Perché non era mai stato simpatico fino a quando non è retrocesso nel 2006. Juventino in questo e in molte altre cose. La coincidenza della vittoria del mondiale e dell’obbligo di finire in B l’hanno ridisegnato agli occhi di chi lo aveva raccontato sempre come fenomenale in campo e un po’ oltraggioso fuori. Il dopo Berlino ha modificato la percezione, ha purificato le anime: sui giornali è venuto fuori il Buffon che si spende per beneficenza, che va in Africa per N’Kono e regalare un pozzo a un villaggio, che faceva il servizio civile in una comunità di recupero per drogati. Gigi che passava per l’antipatico è stato anche un fenomeno da cabaret: lo imitava Fiorello a Viva Radio 2, lo imitavano su Radio Deejay a Sciambola. Quel tono di voce un po’ indolente, quell’atteggiamento da chi non si preoccupa mai. «Non pensarci; forse anche non pensare. Il dono dello stupore. L’arte della leggerezza», scrisse il Corriere della Sera per definirlo. Va bene e a volte va male, come tutto. La crisi di personalità che ha avuto il pallone italiano, l’ha portato a rimanere l’ultimo simbolo. Leader a prescindere. Se gioca e se resta fuori, se fa il miracolo e se sbaglia. Ora sul mercato. Va o non va? Resta o non resta? Lui, la Juventus, i tifosi, l’Italia. La panchina, per cominciare nel 2011. Da lì, dove la porta si vede da una prospettiva diversa. Dove un leader c’è già e non è il dodicesimo. È una sfida, per Buffon. E per la prima volta neanche lui sa come potrà finire.