Il risveglio di Spalletti: «Ho visto Romalandia ma ora temo il peggio»

Franco Ordine

Caro Luciano Spalletti, lo sa che se continua così la sua Roma, lei rischia di diventare l’unico, serio candidato alla carica di sindaco della capitale?
«Me ne rendo conto ma sarebbe un incarico precario. Perchè, alla prima sconfitta, verrebbe meno la fiducia popolare...».
E dire che lei, caro Spalletti, ha dovuto pagare per allenare la Roma, ha cioè rinunciato al premio Champions league promesso dall’Udinese per liberarsi...
«In verità non volevo rinunciare, non me l’hanno pagato, ecco il punto decisivo della questione».
A proposito della sua Roma dei miracoli, ci spiega la partita della svolta?
«Sono in molti a chiedermelo e faccio fatica a far passare un concetto, che è elementare, poco suggestivo, ma aderentissimo alla realtà. Nel calcio, come nel lavoro, i successi si costruiscono giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita. È vero, ci sono tempi fisiologici, è impensabile partire e con la bacchetta magica ottenere tutto e subito. Ma è l’addizione di tanti piccoli particolari a mettere insieme la cifra che è oggi sotto gli occhi di tutti, quegli undici successi con un record storico».
Eppure dev’esserci stata una scintilla...
«Nei primi mesi abbiamo sofferto di alti e bassi, una striscia positiva e poi uno stop, un’altra piccola sequenza buona e poi una foratura. La sera del grande cambiamento è stata a San Siro, contro l’Inter. La Roma non vinceva a Milano da secoli, la squadra ha guadagnato in un colpo solo la fiducia fondamentale per crescere in convinzione e maturare in personalità».
C’è stato un momento in cui ha temuto di non farcela?
«Mai. E non lo dico con la sicumera di chi vuol recitare la parte del fenomeno. No, lo affermo sulla base di una piccola scoperta fatta nei giorni del raduno estivo. Ho visto allora che nonostante le difficoltà, il mercato chiuso, lo scetticismo diffuso, riscuotevo grande attenzione presso il gruppo durante gli allenamenti. E così ho tirato dritto. Convinto che alla lunga il lavoro avrebbe ripagato».
Se qualcuno avesse teorizzato, ad agosto, una Roma senza punte, capace di fare 11 successi consecutivi, avrebbero chiamato l’ambulanza: quando ha scelto di disegnare uno schema così inedito?
«Appena mi sono imbattuto nella necessità imposta dagli infortuni e dalle assenze e ho preso atto di alcune caratteristiche dei miei giocatori. Qui non ci sono state intuizioni geniali, io ho semplicemente schierato tutti gli uomini nei loro rispettivi ruoli naturali».
E inoltre, quando c’è stato bisogno, ha usato anche il frustino. Tutti ricordano il suo cicchetto a De Rossi, dopo l’espulsione in coppa Uefa...
«Lo confesso, ci son rimasto male quella sera. E poichè ho un rapporto franco e cordiale con tutto il gruppo, ho detto quel che pensavo al giovanotto. De Rossi, in campionato, rispetto alla precedente stagione, ha avuto un cambiamento in positivo: gli ho fatto sapere che non gradivo tornasse alle vecchie abitudini».
Dica la verità, dopo il derby si è ritrovato a Romalandia, una specie di luna park gigante...
«Appena uno arriva a Roma, viene istruito. Ti raccontano quasi tutto, pregi e difetti dell’ambiente, e poi ti spiegano del clima straordinario del derby. Nel nostro caso, la realtà ha nettamente superato la fantasia più sfrenata e quando ho visto i miei ragazzi fare il girotondo, sono andato sotto la curva. Ma c’è dell’altro».
Cos’altro è accaduto?
«Avrei voluto mostrare al mondo intero l’entusiasmo con cui siamo stati scortati, da Trigoria all’Olimpico, la sera del derby. Avrei voluto filmare il pellegrinaggio di un intero popolo, il sabato mattina a Trigoria, che cantava e incitava».
È stato il vostro viagra...
«Altro che viagra. È stata una dose sana e massiccia di passione che la squadra ha trasformato in energia vitale».
Adesso c’è un pericolo...
«Quale, scusi?»
Domenica scorsa, finito il derby, Sebino Nela, ospite di Controcampo, a microfoni spenti, sosteneva che a questo punto la Roma aveva già vinto scudetto e coppa dei Campioni insieme. Non c’è il rischio che...?
«Lo so, riportare tutti coi piedi per terra non è facile. Per fortuna questa squadra viene da lontano, ha esperienza non solo del campionato di calcio, conosce tutte le insidie dell’ambiente. Se non trovano, da soli, gli anticorpi all’entusiasmo dilagante, è dura. Anzi durissima».
Forse bisognerebbe cavarsela con una battuta: amici romanisti, il derby continua, visto che nell’Inter c’è una bella dose di lazialità...
«Se bastasse una battuta, sarebbe semplice. E invece vedo all’orizzonte montagne da scalare».
L’Inter è senza Adriano, via, non faccia il piangina...
«Guardi, non sono il tipo da ricamarci sopra. Ma ho gli uomini contati. Vuole tenere il conto? Aquilani è squalificato, Tommasi non recupera e Cufrè è in dubbio. Se vuole saperla tutta, per allestire la panchina, devo ricorrere ad alcuni ragazzi della primavera che ho mandato comunque a giocare».
In questi casi come si fa, allora?
«Bisogna ricorrere a qualche esempio didascalico. Di Italia-Germania mi è piaciuta la voglia di far subito bene dimostrata dalla Nazionale. Io non ho visto una Germania in disarmo, ho visto una squadra applicare i suggerimenti di Lippi, muoversi con grande attenzione. Poi la differenza è stata scavata dagli episodi. E se gli episodi ti sorridono, è fatta».
Hanno tolto i punti a Totti, come sta? Lo sa che in Nazionale resistono motivati dubbi sulle possibilità di un recupero di Francesco per il mondiale?
«Io faccio parlare i fatti e la reazione di Francesco. Ieri gli hanno tolto i punti, caviglia asciutta, tutto a posto, il responso dei sanitari è molto positivo. Poi bisogna guardare negli occhi Totti quando parla del mondiale: è determinato, vuole esserci, vuole guarire. E se ha questa molla, questa spinta, Lippi può aspettarlo con fiducia».