Il risveglio di Visco: ora a Confindustria il governo non piace

Il viceministro dell’Economia replica a Montezemolo, poi critica l’Italia: «Il paese non ha più voglia di combattere» Riforme e Fase due, ancora tensioni tra Ulivo e sinistra

da Roma

La Finanziaria rischia di non essere la «cima Coppi» del governo Prodi, superata la quale il percorso si fa in discesa. Gli ostacoli si dispiegano nella loro pericolosità ogni giorno. Talvolta le difficoltà sono generate da evidenze oggettive come i dati del Centro studi Confindustria che sottolineano gli effetti recessivi della manovra. Talvolta è l’insofferenza di Ds e Dl ai diktat della sinistra radicale a causare nuove turbolenze. Ieri il livello della conflittualità è rimasto elevato.
Italia arrendevole. «Guardiamo avanti. Non credo sia questo il tempo delle polemiche», ha dichiarato il presidente di Confindustria Montezemolo per stemperare il clima di scontro istituzionale con il governo degli ultimi giorni. «Credo che questo Paese abbia bisogno dell’impegno di tutti, a cominciare da un grande sforzo sulla crescita e sulla produttività», ha aggiunto esprimendo «meraviglia» per le reazioni di una parte dell’Unione alle stime presentate dal Centro studi di viale dell’Astronomia lunedì scorso. Tutto sembrava indirizzato verso un normale rasserenamento dopo le sferzate di Padoa-Schioppa che aveva definito gli imprenditori un «partito». Il viceministro Visco ha sparigliato le carte. «Non è che a Confindustria, agli industriali o alla maggioranza di loro, o ai piccoli imprenditori del Nord-Est non piace la Finanziaria: a loro non piace il governo e questo è tutto», ha ribattuto. La ferita è stata riaperta con un riferimento esplicito al mondo imprenditoriale del Triveneto che negli ultimi mesi ha cercato di attenuare le polemiche nei confronti di Roma. Ma Visco non si è risparmiato nemmeno una notazione pessimistica. «Sembra che l’Italia non abbia più voglia di combattere, competere, crescere», ha sottolineato riferendosi ai cinque anni di governo del centrodestra e forse anche alla retorica confindustriale.
Affanni e «fase due». Se il secondo governo Prodi avesse alle spalle oltre 12 mesi di vita, le polemiche sulla «fase due» delle riforme ricadrebbero in una normale dialettica. Dopo sette mesi di navigazione a vista, sono un segnale preoccupante. «L’affanno del governo rende più difficile la costruzione del Partito democratico e non viceversa», ha rivelato il segretario della Quercia al Corriere. Il numero uno del Botteghino non ha preso le distanze da Prodi, ma ha ripetuto la formula del «limite di comunicazione» del governo sulla Finanziaria. I fischi di Mirafiori e i timori di Confindustria potrebbero rendere aspro, secondo Fassino, non solo il percorso riformatore, ma anche la costruzione del nuovo soggetto politico che non si riesce a partorire. Il problema è che al solo sentire la parola «riforme» la sinistra radicale fibrilla. Il capogruppo alla Camera del Prc, Gennaro Migliore ha subito definito «singolare l’apertura di uno scontro con il governo» da parte dei Ds ribadendo che «non ci può essere una tolda di comando riformista». E il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha espresso «diffidenza sui due tempi» ripetendo che «i programmi devono costituire un punto di riferimento fondamentale». Non solo, ma al premier Prodi l’ex sindacalista ha chiesto di escludere gli operai «quando si discuterà di innalzamento dell’età pensionabile». Non è, quindi, un caso che per un’intervista di rito il capo della segreteria di Fassino abbia dovuto inviare due precisazioni sia sulla titolazione Corriere che sulla dichiarazione di Migliore («un’avventurosa intemerata contro i Ds»). Infine il vicepremier Rutelli ha rincarato la dose. Nella prima fase della legislatura il difetto «è quello di non aver messo in campo abbastanza riformismo», ha detto a Otto e mezzo preannunciando che «la fase due del governo sarà quella del contrattacco». L’altro vicepremier, il diessino Massimo D’Alema, ha proseguito sulla linea di retroguardia degli ultimi tempi. «L’errore più grave - ha detto - sarebbe discutere sugli errori. Ora dobbiamo lavorare a un patto con le forze produttive che abbia al centro uno scambio sociale». Nessuna autocritica e barra dritta: anche questo potrebbe essere riformismo.