Riti, miti e delitti di Cosa Nostra

Nel dialetto siciliano, la schiticchiata è un pranzo goliardico fra amici. Agli inizi degli anni ’90 Totò Riina è il boss più ricercato in Italia e anche lui organizza la sua schiticchiata, che però è piuttosto sui generis: all’ordine del giorno ci sono decisioni e alleanze tra i mammasantissima. Racconta Attilio Bolzoni in Parole d’onore (BUR, pagg. 410, euro 12) che chi riceve l’invito trema. «È in trappola. Se non ci va, il suo destino è segnato. Vuol dire che non è “affidabile” o, peggio, che ha qualcosa da nascondere. Se ci va, sa che può fare la fine di tanti altri invitati: non tornare più». Attorno alla tavola presieduta da Totò, «si mangia, si ride e si scherza». Poi, improvvisamente, qualcuno scivola alle spalle dell’ospite indesiderato e lo strangola con una cordicella. Rimosso il cadavere, il boss, perentorio, ordina: «Monsciandò pì tutti». Ecco perché «ci sono sempre casse piene di Moet & Chandon anche ai Dammusi».
I riti raccontati da Bolzoni tracciano una tragica (e in parte inedita) radiografia dell’universo di Cosa Nostra e dei suoi mille mutamenti. Resta sullo sfondo, come una sorta di convitato di pietra, la componente mistica e religiosa, descritta dalla sociologa Alessandra Dino in La mafia devota (Laterza, pagg. 304, euro 16).
Ma la storia della criminalità isolana racconta anche di gesti eroici e di centinaia di vittime. Tra questi, il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, la cui vita è ora rievocata da un altro cronista isolano, Daniele Billitteri (Boris Giuliano. La Squadra dei Giusti, Aliberti editore, pagg. 222, euro 16). Un destino tragico, e tuttavia niente affatto isolato.