Ritiriamoci dall’Irak, ma con tutti i soldati

Ho votato contro l’intervento unilaterale anglo-americano in Irak, non vedendo dietro di esso una «politica» né una prospettiva politica costruttiva funzionale alla lotta al terrorismo. Non certo pacifista e non «idolatra» delle Nazioni Unite, note come una organizzazione imbelle con le mani lorde per viltà dei suoi dirigenti del sangue dei massacrati dell’Uganda, del Ruanda e oggi del Darfour. Fedele alla tradizione della «guerra giusta» propria delle teologia morale cattolica da Agostino a Tomaso d’Aquino, dai teologi della Scuola di Salamanca ai teologi gesuiti quali il Suarez e il Bellarmino, fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica, non troverei difficoltà alcuna nei riguardi della guerra preventiva per prevenire, dissuadere e bloccare un pericolo imminente, ma ho votato contro l’adesione italiana, sia perché a mio avviso la Costituzione non permette l’uso della forza militare all’estero, che noi non siamo neanche riusciti a disciplinare nell’ordinamento interno, se non per la difesa della libertà, dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità dello Stato o per mandato o consenso del Consiglio di Sicurezza, sia perché non ne comprendevo le finalità politiche, sia perché nessuna operazione militare all’estero può essere intrapresa senza un sostanziale e corale consenso del popolo.
Per questo ho approvato la decisione dell’Unione di disporre, in caso di sua vittoria elettorale il ritiro immediato delle nostre unità militari da quel Paese. D’altronde la nostra presenza militare, anche se fosse politicamente e costituzionalmente giustificabile, non è come è ben noto di nessuna utilità militare ai fini del ristabilimento dell’ordine civile e della istituzione di una improbabile democrazia. È quindi con attonita meraviglia che ho udito dire dalla bocca d’uomo saggio e prudente qual è il nostro ministro degli Esteri Massimo D’Alema che sì, ci ritireremo, ma che comunque continueremo a dare il nostro apporto alla ricostruzione civile e alla edificazione della democrazia in quel Paese con contingenti civili, per difendere i quali occorreranno circa... ottocento militari! Che dalla «resistenza irakena» (così è stata definita da un ministro del neoformato governo «democratico», la guerriglia e il terrorismo contro quelle che lo stesso ha definito «forze di occupazione straniere»!) saranno considerati «nemici» come i duemila e passa militari che ora sono ivi impegnati.
Ma suvvia, siamo seri! Ritiriamoci dall’Irak, se crediamo di doverlo fare, sic et sempliciter! E lasciamo che siano le Nazioni Unite e i Paesi arabi e islamici ad aiutare l’Irak nella sua faticosa ricostruzione in condizioni di guerra civile e religiosa in atto. Vogliamo finanziare qualche organizzazione non governativa cattolica o di sinistra, inviando improbabili missioni civili, e a che fare? Vi è una esigenza di difenderle? Inviamo reparti mobili e speciali della non militare Polizia di Stato, ma ritiriamo soldati, marinai e avieri, e anche carabinieri che, quando impiegati in missioni all’estero non sono forze di polizia, ma forze militari alle dipendenze organiche e funzionali del ministro della Difesa e del Capo di Stato Maggiore della Difesa.
Ma non sarebbe il caso, anche per motivi di bilancio, di ritirare tutte le nostre unità militari all’estero, che tra l’altro con tutte le limitazioni poste alla loro azione militare, per camuffare le loro «missioni di guerra» in «missioni di pace» sono mortalmente esposte agli attacchi di terroristi, resistenti e briganti, e che in realtà più che di aiuto, sono invero di disturbo alle missioni militari di Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito o la stessa Germania, che vanno «in guerra» solo quando la vogliono e la possono fare? E poi, non sarebbe forse il caso che finalmente all’Afghanistan pensassero gli afghani, talebani o no, alla Bosnia Erzegovina i bosniaci e gli erzegovini: cattolici, musulmani od ortodossi, al Kosovo i kosovari: serbi e albanesi, ed infine all’Irak pensassero gli irakeni, dopo che abbiamo destabilizzato il Paese privandolo dell’unica forma di regime che nella Storia abbia conosciuto e il solito che l’abbia tenuto unito e cioè la dittatura?
Ma per carità, dopo esserci internazionalmente esposti con la finzione di «missioni di guerra» spacciate per «missioni di pace», finzione che è costata al nostro Paese decine di morti, non rendiamoci ridicoli con un ritiro che importi indefinite missioni di pace e la permanenza, a protezione di insegnanti «democratici», idraulici ed elettricisti, carpentieri ed edili, di ingenti unità militari, magari... vietandogli l’uso delle armi per evidenziare la loro «missione di pace»!, unità militari che come quelle ritirate sarebbero gravemente esposte agli attacchi mortali di terroristi, resistenti, guerriglieri e banditi. Ma su, una volta tanto, siamo seri, almeno in cose così delicate quali la pace e la guerra, la vita e la morte. Non mi sembra che i primi passi del Governo dell’Unione, a favore del quale io ho votato, sul terreno della politica estera e della difesa siano particolarmente avveduti o semplicemente... seri.
*presidente emerito della Repubblica