Ritiro dall’Irak, Bush ormai sotto assedio

Il 15 settembre, data in cui il generale Dan Petraeus, comandante delle truppe Usa in Irak, presenterà al Congresso il suo atteso rapporto, si avvicina. E si intensifica il dibattito sull’ipotesi di un ritiro parziale dal Paese che fu di Saddam Hussein e in particolare sulla sua calendarizzazione. Un tema che vede il presidente George W. Bush, deciso sostenitore dell’opportunità di tener duro a Bagdad, in crescente difficoltà. Pochi giorni fa Bush aveva messo in guardia dall’idea di un ritiro affrettato, ricordando la lezione del Vietnam e della Cambogia che, abbandonati dagli americani, erano finiti nelle mani di regimi ostili all’America e che si erano resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani. Bush ha dalla sua il «duro» Petraeus e il futuro capo di stato maggiore, l’ammiraglio Michael Mullen, ma le voci contrarie alla visione della Casa Bianca aumentano, e non vengono tutte dal fronte dell’opposizione.
Il senatore John Warner, già ministro della Marina, membro della commissione delle Forze Armate e importante dirigente del partito repubblicano, ha invitato il presidente ad annunciare un ritiro parziale dall’Irak già all’indomani del 15 settembre, e ad avviare il rimpatrio entro il prossimo Natale, con una prima partenza di almeno cinquemila militari. Warner, al ritorno da un viaggio in Irak, crede poco alla capacità dell’attuale governo iracheno di ottenere una riconciliazione nazionale e afferma che «non si può continuare a mettere a rischio i nostri soldati senza cercare d’intraprendere qualche iniziativa decisiva». Warner non è tuttavia arrivato ad appoggiare le iniziative del partito democratico, che insiste invano con la Casa Bianca perché fissi un calendario per il ritiro.
Un’altra autorevole voce critica è quella del generale Peter Pace, capo di stato maggiore il cui mandato scadrà a fine settembre. Secondo il Los Angeles Times Pace proporrà in un incontro privato a Bush di ritirare entro il prossimo anno quasi la metà dei 162mila soldati americani attualmente schierati in Irak. Pace, la cui linea sarebbe sostanzialmente condivisa dal segretario alla Difesa Robert Gates, spiegherà al presidente che a suo avviso mantenere in Irak più di centomila soldati limita eccessivamente la capacità degli Stati Uniti di fronteggiare altre minacce, come quella iraniana. Lo stato maggiore chiederebbe inoltre che i soldati impegnati in Irak godano di licenze più lunghe tra una missione e l’altra, non solo per riposarsi, ma anche per essere addestrati a combattere in situazioni diverse.
Un’opinione molto diversa da quella di Petraeus, che probabilmente il 15 settembre sosterrà l’opportunità di non effettuare alcun ritiro almeno fino alla fine del 2008. Sostenuto anche dal generale Rick Lynch, responsabile delle truppe Usa nella zona sud di Bagdad, che ricorda che «i soldati americani hanno combattuto duramente per conquistare nuove posizioni a Bagdad», che andrebbero perdute. Al momento sembra che Bush preferirà dare ascolto, come ha sempre fatto, ai comandanti sul campo.
Ma se gli americani si dividono sull’opportunità di avviare un ritiro consegnando posizioni alle deboli forze irachene, lo stesso non sembrano fare i britannici. Secondo il quotidiano The Guardian, il ritiro dei soldati di Sua Maestà da Bassora, nel sud dell’Irak, potrebbe cominciare entro due settimane. Cinquecento militari che presidiano gli edifici che ospitano le autorità locali passerebbero le consegne agli iracheni e tornerebbero direttamente in patria.