Ritiro dall’Irak, il Prof smentisce D’Alema

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Ritiro dall’Irak? «Lo si studia già da mercoledì» annuncia Massimo D’Alema da Napoli, notando come si tratti di «mantenere l’impegno con gli elettori». Via da Nassirya, allora? «Be’ sì, è in agenda, ma non in quella della prossima settimana», gli risponde Prodi da Bologna, qualche ora più tardi. Nel centrosinistra già sembrano ai materassi, e stavolta per qualcosa di più delicato che la spartizione delle poltrone. Il presidente del Consiglio, che a Washington guardano con molto sospetto per il ruolo da lui svolto da Bruxelles, frena probabilmente per non allargare il fossato. Mentre D’Alema, che giusto ieri ha ricevuto quella che ha definito «una telefonata molto cortese e calorosa» da parte di Condoleezza Rice, accelera puntando probabilmente alla possibilità di ricreare comunque un buon rapporto con gli Usa.
Fatto sta che le due affermazioni provocano un immediato corto circuito. Perché Rizzo (Pdci) esalta l’immediato ritiro come da patti con l’elettorato. Mentre altre voci ds - è il caso di Biagio De Giovanni - storcono decisamente il naso e notano come tutto ciò «non fa presagire nulla di buono soprattutto dal punto di vista della lotta al terrorismo internazionale».
Trovare un punto d’incontro tra le due linee antitetiche pare, al momento, complesso. D’Alema prova comunque a spegnere i primi fuochi. Dice che con il segretario di Stato americano ha concordato di incontrarsi al più presto, magari prima del prossimo G8, in calendario a San Pietroburgo. Ma non spende una parola sulla possibilità che nel corso del colloquio si sia accennato alla vicenda irakena. Dell’apertura dell’istruttoria per il ritiro delle nostre truppe da Nassirya, la prossima settimana, si è discusso con la Rice o no? Mistero. S’arrabbia però D’Alema a chi gli chiede se sia alle viste una fuga. «L’Italia non scappa! Ritira le sue forze armate... ». Ma dà l’idea che, al di là dell’avvio del piano da mettere a punto tra Esteri e Difesa, occorra chiarirsi le idee: con Prodi e con buona parte degli alleati. Non solo stranieri.
Come si possano conciliare la decisione del ritiro a brevissimo delle nostre truppe e la volontà di concordarlo col resto del mondo è in realtà un mistero. Ma proprio D’Alema dice che «il programma di ritiro dev’essere ragionevole e concordato con il governo iracheno e con i Paesi che hanno truppe là». Confida nel buon rapporto che dice di avere col confermato ministro degli Esteri di Bagdad, il leader curdo Hoshiyar Zebari («esponente dell’Internazionale socialista, un amico con cui avremo modo di dialogare strettamente»). Fa capire che discuterà sicuramente con americani e inglesi. Ma ammesso e non concesso che trovi un’intesa sui tempi già definiti da Berlusconi - entro la fine dell’anno - l’ostacolo maggiore rischia di trovarlo in casa sua. In quella alleanza di governo in cui Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio insistono sull’«ora e subito», mentre altre parti della coalizione preferirebbero mantenere il calendario stilato dal precedente governo. È una ferita ancora aperta quella irakena. Ma anche da sinistra piovono parole che definire perplessità è un eufemismo. Biagio De Giovanni, dalle colonne del Riformista bolla senza pietà «i toni» del presidente del consiglio sulla vicenda: «Tutto in nero - osserva -. Abbiamo partecipato a una guerra sbagliata e dobbiamo andarcene subito, tempi permettendo. Nessun riconoscimento del lavoro svolto con perdite umane; nessun ricordo della legittimazione che l’Onu ha concesso a più riprese alle presenze straniere in Irak; nessun riferimento alle drammatiche lotte per la democratizzazione del Paese. Che si vuol fare? Andar via e basta?».
D’Alema prova a rassicurarlo. Dice che si deve sostituire la presenza militare con «una presenza civile». Ma alla luce dei quotidiani attentati a Bagdad e dintorni, il suo pare al momento un pio desiderio. Come di facciata sembrano le parole che il titolare della Farnesina dedica alla vicenda israelo-palestinese. «Io sono filoisraeliano e filopalestinese - puntualizza dopo aver respinto seccamente le tesi antisemite del presidente iraniano Ahmadinejad e difeso il principio dell’esistenza di Israele - e penso che ci sia bisogno di persone così!».
Gianfranco Fini, suo predecessore, prende atto di questa posizione. «Questione di serietà attendere il nuovo governo alla prova dei fatti, visto che si tratta di giudicare il futuro non sulla base del passato» risponde. Non senza però osservare anche che «Hamas è una formazione terroristica inserita dalle Ue nella black list e che dunque con Hamas non si tratta a meno che non riconosca Israele e disarmi le sue milizie».