Il ritiro graduale è un buon affare per tutti

Ecco perché dobbiamo restare in Afghanistan: Eni, Enel e Saipem cointeressate al gasdotto che porterà lavoro e sviluppo in un Paese martoriato<br />

Altro che precipitoso ritiro, in Afghanistan dobbiamo stringere i denti e tenere i nervi saldi, sotto gli attacchi talebani. Proprio per poter tornare a casa entro pochi anni e garantire al disgraziato paese al crocevia dell’Asia una speranza di pace attraverso lavoro e sviluppo.
L’obbiettivo è la graduale consegna agli afghani del testimone della sicurezza e la realizzazione di grandi opere nel settore ovest, sotto comando italiano, che diano ossigeno economico all’Afghanistan. Tra queste un gasdotto strategico, che dall’ex repubblica sovietica del Turkmenistan arrivi in Pakistan e poi in India. Il ministro del petrolio di Nuova Delhi, S. Jaipal Reddy, lo ha definito «la nuova via della seta del XXI secolo».
Ad ogni caduto sul fronte afghano la Lega si è sostituita ai comunisti di Rifondazione nel chiedere il rompete le righe e tutti a casa. In realtà la transizione è già avviata, ma per non trasformarsi in disfatta, come accadde ai sovietici negli anni Ottanta, deve procedere per gradi. Ventiquattro ore fa è scattato a Herat, dove si trova il quartier generale italiano, il cosiddetto «implementation plan» previsto dalla Nato. Nel giro di sei mesi la sicurezza della più grande città dell’ovest passerà nelle mani delle forze afghane.
Il ritiro di 10mila soldati americani quest’anno (un decimo del loro contingente) e altri 20mila entro il 2012 non deve scatenare l’effetto domino. Per questo motivo gli italiani riporteranno a casa verso dicembre o gennaio del prossimo anno al massimo 200 uomini: un ritiro simbolico che permetterà di mantenere sul terreno 4mila soldati. Ma nel 2012 inizierà la seconda e più consistente fase del passaggio di consegne agli afghani. Si tratterà di gran parte della provincia di Herat, una delle quattro sotto comando italiano e della fetta più tranquilla di Farah. Rientri a casa più consistenti delle nostre truppe verranno decisi al vertice di maggio 2012 della Nato.
L'obiettivo finale è consegnare tutto l’Afghanistan alle sue forze di sicurezza entro il 2014, ma le armi non bastano per vincere. In parallelo bisogna riempire la pancia degli afghani con lavoro e sviluppo. Il prossimo anno è previsto il via ai lavori per un gasdotto di 1.680 chilometri, che partirà dal Turkmenistan per raggiungere l’India via Afghanistan e Pakistan.
I tubi verranno interrati a fianco della Ring road, la strada circolare che collega tutto l’Afghanistan, nel tratto da nord di Herat fino a Kandahar, per poi scendere a Quetta, in Pakistan. E proseguire fino alla città indiana di Fazilka. La stessa Ring road che i soldati italiani, nel corso degli anni, hanno reso percorribile versando il sangue di 39 militari. Non a caso dal 2010 il nostro contingente ha conquistato sempre più terreno ai talebani attorno a Bala Murghab, in direzione del confine turkmeno. L’obbiettivo è rendere sicura l’area e asfaltare l’unica strada, nome in codice Lithium, che arriva alla Ring road. Così potranno iniziare i lavori per il gasdotto. La ricaduta per l’Afghanistan viene quantificata in migliaia di posti di lavoro per la costruzione, 2 miliardi di metri cubi di gas e circa 1,4 miliardi di dollari l’anno per diritti di passaggio. La Saipem, ma pure l’Eni e l’Enel sono interessati a mettere in piedi le infrastrutture collegate al gasdotto e ad altri progetti energetici. L’Italia punta a grandi centrale idroelettriche come quella della diga di Salman, all’allargamento commerciale dell’aeroporto di Herat e allo sfruttamento di risorse preziose del sottosuolo, presenti nella zona ovest, come il litio.
I talebani lo sanno e si stanno concentrando per colpire. La trappola di ieri è esplosa sulla statale 515, da Bakwa a Farah, dove installeremo un nuovo avamposto. La scorsa settimana la polizia afghana ha intercettato un camion carico di mine per le trappole esplosive, detonatori e cinture kamikaze che cercava di entrare ad Herat. L’attacco suicida all’hotel Intercontinental di Kabul di martedì e quello simile del 30 maggio al Centro di ricostruzione provinciale degli italiani ad Herat puntano a far deragliare la transizione. Un motivo in più per tener duro e portare a termine la missione afghana.
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