Il ritmo globalizzato della «movida» cinese

Una nazione-mondo priva di dubbi esistenziali si appresta ad esportare il proprio modello vincente

da Pechino
La grande porta Tienanmen non introduce direttamente alla Città Proibita. Ci sono giardini e piazzali da attraversare, poi un altro piazzale in fondo al quale si trova la biglietteria. Il biglietto costa meno di 6 euro. Il lunghissimo percorso che separa le immediate vicinanze della Città Proibita dalla Città Proibita vera e propria, più che suggerire l’idea delle dimensioni di questa città rinvia a un sentimento di vertigine simile a quello che ci prende quando leggiamo Il Castello di Kafka. Con la differenza che, in questo caso, l’infinito ridiventa poi finito, l’inaccessibile accessibile: grazie ai famosi 6 euro.
Ci introduciamo così in questa città destinata a un solo abitante, l’imperatore. Il resto - servitù, guardie, mogli - è arredo, decoro, servizio, insomma cosa. Il solo autentico abitatore, benevolo e divino, è lui. Ma lui chi è? Chi è il divino imperatore? Ecco i magazzini delle stoffe e degli arredi, ecco le dimore delle mogli, le sale per i ricevimenti e per le feste, ecco palazzi e ancora palazzi, e poi i giardini, tutto lindo, perfetto, rosso, ferocemente simmetrico. Dopo un po’ il nostro occhio occidentale cerca il Centro, la Sala del Trono...
La sala del trono? No, non una, ma diverse sale del trono, diversi centri di gravità, a seconda della tipologia dei personaggi che l’imperatore doveva incontrare: una per i mandarini, una per i ministri, una per gli ospiti stranieri, una per riposare - lui che non camminava mai - e così via, come se l’uomo-imperatore si dissolvesse nella molteplicità delle funzioni...
Sue? No, non sue: è lui, piuttosto, ad appartenere a quelle funzioni, perché loro - le funzioni - sono il soggetto, la realtà vera, cui l’imperatore presta corpo. Il corpo è dunque il predicato di un soggetto divino: è lui il vero abitatore di questa città, sue sono la Purezza Celeste, la Grandezza Divina, l’Armonia Suprema. Il visitatore occidentale che non si sia preso la briga di procurarsi lo sguardo adatto e le categorie adatte non potrà apprezzare un luogo come questo, in cui manca tutto ciò che si accompagna per noi all’idea della bellezza, ossia l’impronta della persona, della sua genialità e della sua imprevedibilità. L’idea dell’unicità e della personalità umana sta incisa nella mente occidentale - quali che siano le nostre opinioni a riguardo - come e più del ritmo musicale in 4/4.
In questo rincorrersi di simmetrie mirabili ma sempre uguali, in questa lacca che ricopre altra lacca, in queste strutture risorte da incendi e distruzioni sempre identiche a se stesse, dove le parole «autentico», «originale» e «copia» (idem per «tarocco») non hanno il minimo significato, perché qui l’originalità non sta in un atto genetico, in un certificato di nascita, in una denominazione di origine controllata, bensì in una regola, in una ripetizione - ebbene, in tutto questo quale bellezza possiamo riconoscere?
«Città orribile» mi diceva, ridendo, un anziano, grande artista all’annuncio del mio viaggio imminente a Pechino. No, non orribile. Piuttosto: città senza categorie estetiche. Pur essendo, immagino, molto bella, la Città Proibita non possiede attrattive estetiche per l’uomo occidentale. Colpiscono l’ordine, la ripetizione, la continua fuga delle quinte a impedire qualsiasi cammino rettilineo. Se vai dritto, trovi immancabilmente un ostacolo: un fossato, una balaustra, un edificio. Solo i camminamenti secondari - quelli dove l’imperatore non passava mai, e che erano destinati alle mogli o ai servitori - corrono lunghi e dritti.
CAMMINI TORTUOSI
Imbocco uno di questi e mi trovo da solo. Qualcosa mi dice che anche al tempo dell’impero non doveva essere molto frequentato, perlomeno da gente in carne ed ossa. Il loro vero destinatario erano gli spiriti malvagi, quei corridoi erano stati costruiti appositamente per loro. Gli spiriti, infatti, strisciano rasoterra e si muovono solo per via rettilinea: se incontrano un ostacolo sono costretti a fare marcia indietro. Per questa ragione le vie principali della Città Proibita disegnano curve continue a evitare ostacoli architettonici il cui scopo però non è generare stupore negli occhi umani, bensì porre un argine all’invisibile. Per questa ragione i portoni degli edifici antichi hanno alla base un rialzo simile a quello delle porte sulle navi. E ancora per questa ragione le antiche case di abitazione sono disegnate in modo che davanti al portone ci sia un muro che obblighi gli umani ad accedere da una porta laterale e gli spiriti a tornarsene indietro.
Del resto, tutto ciò che, qui, si propone alla vista, non è stato fatto per i nostri occhi - gli occhi, intendo, di noi uomini - ma per altri occhi. Struttura, misure, numeri che si ripetono (il nove, soprattutto), presuppongono altri guardiani, altri revisori dei conti. Questa sensazione trova la sua conferma quando vedo la portantina con la quale l’imperatore veniva condotto a questo o quel palazzo. Non bisogna immaginare una portantina al modo di quelle romane. Qui non ci sono tendine, nessuno può sbirciare dentro. Le pareti di legno impediscono qualunque contatto con i sudditi. Finalmente capisco perché l’imperatore godeva di attributi divini: i suoi interlocutori non furono mai gli uomini, ma le divinità da cui dipende il destino dell’universo. Egli si trovava al centro del complesso cerimoniale cosmico, non umano, con il quale coincideva la macchina stessa dell’Impero, vale a dire al centro di una complessa struttura geometrico-sapienziale che faceva dell’immenso Impero lo specchio terrestre del vero, eterno Impero. Fare di questo mondo - tramite rituali e cerimonie, proporzioni e dimensioni - lo specchio fedele di un altro mondo, quello divino, nasce da un accento di innegabile verità: nessun uomo può pensare che un’opera così smisurata come l’Impero Celeste possa esistere se il suo orologio non si accorda al secondo con l’orologio cosmico.
TENTAZIONI DIVINE
Si tratta, però, anche della suprema tentazione: quella di erigere un sistema terreno su misura divina. Un sistema buono in sé, alla cui bontà non è affatto necessario l’apporto della bontà degli uomini. Il luogo comune secondo cui i cinesi sono intelligenti ma cattivi trova qui, forse, il suo fondamento. Un impero fondato su rituali che sono come un orologio cosmico, e che regola i suoi affari terreni su una simile misura, non può concepirsi al servizio dell’uomo. È l’uomo che deve servire il divino impero, l’uomo che non è nulla e non può perciò pretendere diritti. Proprio la sua insignificanza lo porta ad essere cattivo: ben altra consistenza (e coscienza) di sé è necessaria per essere buoni. La bontà non fa parte del corredo caratteriale, e dipende in massima parte dal modo in cui ci abituiamo a trattarci fra uomini. Se il potere supremo, se il dio in terra dichiara che l’uomo è nulla, sarà inevitabile che, tra uomini, ci si tratti secondo quel decreto.
All’università Uibe parlo proprio di questo: dell’idea di persona, fondamento di diritti inalienabili. L’uomo occidentale, aperto a tutte le contaminazioni e a tutti i meticciamenti, conserva nella propria persona un valore irriducibile a tutti i poteri del mondo e, in qualche modo, irriducibile a Dio stesso.
Non bisogna, insomma, fidarsi troppo di tutti questi grattacieli, di tutte queste luci notturne piene di laser, di questa movida cinese con chilometri e chilometri di ristoranti tutti pieni, ottimi e a buon mercato. L’assalto a tutto ciò che è tecnologia, lusso, sfarzo, qui non ha niente della spacconeria araba, da emiro che si mette in mostra perché in grado di acquistare l’automobile più costosa e di far erigere il grattacielo più alto del mondo. L’arabo usa i beni dell’Occidente proprio perché sa di non avere, con essi, nulla a che fare. Sono un gingillo, un ornamento, un distintivo per appartenere a un club esclusivo, come quando da bambini ci si riconosceva tra adepti di improvvisate società segrete per una stella o una croce disegnate a biro sull’interno della mano.
Non è necessario essere sinologi per capire che la Cina non è così. Qui la post-modernità assume un volto più imponente rispetto a noi. Il comunismo rappresenta tutto ciò che di moderno la Cina abbia conosciuto: un mezzo per industrializzare un Paese agricolo. Ma non ci fu la cultura moderna. L’ideologia comunista, nipote di quella hegeliana, era la più adatta perché la più simile alla struttura teocratica e impersonale dell’impero (marxismo ed hegelismo sono, infatti, due ideologie ugualmente teocratiche), e dunque la più rivoluzionaria ma, insieme, la più conservatrice possibile. Ma, dal punto di vista culturale, la Cina non è mai stata moderna, non ne ha mai avuto bisogno. L’ingresso nella post-modernità, ossia nella globalizzazione, si è rivelato più naturale per Paesi come la Cina rispetto ai nostri, malati di modernità. Qui si comprende come tra «moderno» e «post-moderno» non sussista alcuna filiazione diretta. La modernità è una cultura, la post-modernità una prassi.
La Cina coniuga coerentemente la propria storia e la propria antropologia con il modello globalista, che non è né occidentale né orientale. Rispetto all’Occidente, ha una storia altrettanto antica ma appare molto più pronta ad abbracciare il mondo globalizzato, come se la globalizzazione fosse stata inventata appositamente per i cinesi. Il loro vantaggio sta nella minima considerazione accordata alla persona umana, nella superiorità della funzione sull’individuo. L’impressionante muro di palazzi che costeggia le grandi vie di Pechino comunica una freddezza che Manhattan non ha. Finestra dopo finestra, piano dopo piano, noi vediamo con l’immaginazione corridoi e stanze, scrivanie, sedie, computer, moquette, marmi, fontane, show-room, sorrisi, mani ben curate, vediamo le funzioni e le cariche, direttore generale, direttore di dipartimento, segretario generale, dirigente di reparto, capufficio, impiegato, telefonista: ma non vediamo il volto delle persone. Senza la persona umana e i suoi diritti, la pianificazione può trionfare, il piano potrà essere realizzato.
UOMO E DESTINO
Man mano che si cammina da Oriente verso Occidente, si fa sentire di nuovo la grande domanda che anima una celebre pagina di Lev Tolstòj, il più grande di tutti i narratori. «Di che vivono gli uomini?». Questa, ben più degli Urali, è la porta che immette dall’uno all’altro mondo. L’Occidente non è tecnologia, grattacieli, vita spregiudicata, happy hour, Internet, Second life: l’Occidente consiste in quella domanda, è l’ingresso dell’uomo nell’orizzonte del destino. Che ne sarà di me?
L’Oriente è pieno di incarnazioni divine, incarnazioni di ipostasi divine, incarnazioni gnostiche, ma Gesù Cristo, il Dio-Uomo, non ha nulla a che vedere con esse. Le parole di Gesù sono parole totalmente umane: «Che ti giova guadagnare il mondo intero se poi perdi la tua anima? Cosa darà l’uomo in cambio di sé stesso?». Parole umane non solo nel lessico (l’io, l’anima) ma anche nella sintassi, che non è rituale ma, più prosaicamente, economica: guadagnare, perdere, dare in cambio.
I cinesi conoscono bene questo valore universale, questo umanesimo, portato dall’Occidente ma assolutamente non coincidente con esso. Proprio per questo una «battaglia tra dèi» si preannuncia, e noi dobbiamo essere pronti. Non che io sottovaluti l’Islam: ma la penetrazione islamica può aver luogo solo in una situazione di grande debolezza dell’Occidente, poiché non esiste, in realtà, un vero modello islamico.
Per la Cina il discorso è diverso. Il giorno in cui la classe agiata sarà ulteriormente cresciuta rispetto al presente (già oltre 300 milioni di persone vivono nell’agiatezza) e la Cina dovrà cercare altrove le proprie risorse, avremo una nazione compatta, una nazione enorme, che muoverà alla conquista del nostro mondo. Non so se ci sarà una guerra combattuta con le armi: i cinesi, se ho ben capito, tendono a evitare lo scontro cruento. Sono laici, tolleranti, non hanno divinità da installare nel mondo. Quella che si prepara è una battaglia diversa, e molto più dura, nella quale l’Occidente può tracollare. È una battaglia culturale, una battaglia tra modelli di vita ugualmente credibili: è lo scontro decisivo del mondo globalizzato. La Cina non può non immaginare sé stessa come leader all’interno di questo mondo. Il suo modello culturale non si fonda sulla domanda di Tolstòj: di che vivono gli uomini? L’uomo cinese conosce questa domanda, la studia attentamente, ne esamina i fondamenti, ma non la fa propria. Il suo modello culturale ci propone un tipo d’uomo per il quale quella domanda non ha più senso.
Uomini che sanno lavorare, preparati, intelligenti e al tempo stesso semplici, o meglio modesti nelle pretese, che non hanno e comunque non vogliono avere problemi, a cui è sufficiente mangiar bene, avere una bella casa, soldi in banca, una o più belle automobili, poter fare sesso e, generalmente parlando, poter usare il mondo a proprio piacere. Sono uomini che non amano gli eccessi perché seimila anni di storia li hanno condotti alla condiscendenza e alla moderazione, e oggi questa moderazione è diventata un’arma formidabile. Nessuna domanda, nessuno sgomento. E pochissime riflessioni sui massimi sistemi. Del resto, la stessa lingua cinese non si presta ai concetti. Il pensiero cinese (ivi incluso Confucio) è un pensiero eminentemente pragmatico, non a caso tra gli autori occidentali più amati in Cina c’è Machiavelli. È un pensiero spesso finissimo, ma che tende a fermarsi, senza sconfinamenti, sui problemi pratici e a risolverli secondo la loro solubilità immediata.
Questo è il confronto di domani. Sul piano del lavoro, dell’organizzazione, dell’economia, della produzione della ricchezza la Cina non ha niente da invidiare al nostro mondo. Sul piano della vita personale, la sua è un’impostazione lineare, che riduce le problematiche della vita, ed è - a quanto è dato vedere oggi - un modello vincente. Il mondo occidentale, a sua volta, sembra essersi incamminato verso l’eliminazione di ciò che lo ha caratterizzato davanti alla storia. Il suo umanesimo è oggi un umanesimo senza domande. Abbiamo fatto una grande fatica per togliere dalla nostra cultura ciò che i cinesi non hanno mai avuto. In questo gioco al ribasso loro non potranno che avere la meglio, è un gioco che conoscono meglio e lo giocano molto più ordinatamente di noi.
(2. Fine)