Il rito della redenzione che ti segnava le estati

Milano, regio Liceo Parini. Epoca pre-Zanzara, il foglio studentesco che contribuì non poco a innescare la miccia della contestazione, il mitico '68 che fiammeggiò dalla Senna, e planò sui Navigli con il suo carico di sogni, frustrazioni e disinganni. Era un tempo in cui i Prof del Liceo erano creature mitologiche, sapienti e industriose api della cultura che avevano distillato i vocabolari stessi di latino e greco sui cui ci guadagnavamo la pagnotta di apprendisti del classico. Si favoleggiava che nella roccaforte di via Goito i docenti approdassero per nomina diretta del Ministro dell'Istruzione, cervelli eletti troppo superiori per ingolfarsi nelle usuali trafile di graduatorie e concorsi.
Le Prof di Chimica officiavano gli austeri riti nell'emiciclo del laboratorio di Scienze con immacolate uniformi da primario ospedaliero. Il «tu» sessantottino, che negli anni successivi si sarebbe diffuso non era allora neppure concepibile nel senso inverso. Quando ti convocava al suo cospetto o alla lavagna, per l'interrogazione, rigorosamente a sorpresa (allora non usavano le «verifiche», tanto meno ci si poteva «offrire», programmando lo sforzo) il Prof ti azzerava la salivazione con un gelido e distaccato «lei». Conservo vividi i ricordi di quell'iniziazione. Uno spicca tra gli altri. L'anno è terminato. Al «muro del pianto» (così definivamo la parete in cui nottetempo, avvolto dal più nebbioso segreto d'ufficio, mani anonime avevano affitto i verdetti, i famigerati «cartelloni») ci si affollava, come pellegrini antichi all'oracolo di Delfi, per apprendere il bollettino arcano della sorte destinato a segnare i mesi successivi, che potevano essere di (moderata) vacanza, o di furibondo ripasso. Dal brulichio degli spauriti postulanti, vedo emergere un compagno, che mi segnala il suo esito da lontano sollevando la mano destra con indice e medio tesi in forma di V. Interpreto il messaggio come annuncio di vittoria: promosso in terza. Ma l'illusione è effimera. Il codice gestuale significava ben altro: due esami a settembre, Matematica e Fisica. Cominciava per lui (come per tanti altri) un'estate di passione, pomeriggi infuocati a riordinare appunti e rimasticare esercizi. Si chiamavano «di riparazione», con una sfumature sacrale e penitenziale, tutto sommato ottimistica: se si poteva «riparare», significava che un margine era concesso. Erano esami a tutti gli effetti da non prendere sottogamba. C'erano commissioni e prove che preannunciavano lo scontro finale, l'epilogo epico che una nomenclatura antropologica, ormai sepolta, siglava con il termine di Maturità. Si veniva «rimandati ad ottobre» con una formula rimasta proverbiale per indicare una possibilità di appello, di redenzione operosa. Erano scadenze didatticamente utili? Quanto all'amico consolidò i saperi scientifici, e li coronò con una laurea al Politecnico. Poi si convenne che la facoltà di usufruire di ripetizioni estive private poteva essere discriminante, e la riforma annullò le riparazioni sostituendole con i «debiti», che lo studente di oggi è chiamato a saldare con minor ansia, anche in corso d'anno successivo. E se non salda? Poco male. La sua reputazione globale - e soprattutto la sua vacanza estiva - è salva. Difficile negare a qualcuno un sei che il burocratichese chiama «asteriscato»: virtuale, mediatica, ma pur sempre sufficienza.