Il rito della vestizione del samurai di ghiaccio

C esana era uno di quei siti che digerivi solo grazie a una medaglia. Lontano e scomodo da raggiungere da Torino, era organizzato per le gare e le riprese tivù, ma essere sul posto, nella zona traguardo, era garanzia di non vedere nulla. Certo, c’era un maxi schermo e c’era sempre un tempo da battere per passare in testa, ma nient’altro. Il bello dello slittino è che in pratica non tradisce mai. Il brutto lo aggiungiamo noi italiani di lingua italiana che ci «divertiamo» a fare battute sui cognomi altoatesini, che facciamo domande trabocchetto ad atleti che hanno un’altra madre lingua, che facciamo tutto facile e che non riusciamo a entrare nello spirito dello slittino. Zoeggeler aveva chiamato tanti a raccolta al termine del budello ghiacciato di Cesana. Doveva difendere il titolo di Salt Lake City. I momenti più intensi? Il prima e il dopo. La lunga vestizione di Armin, che nella quarta e decisiva prova lascerà per ultimo. Ricordava le vestizioni dei samurai, con un rituale preciso e un lento calarsi in se stesso, un rimanere fuori dal mondo fino al momento della spinta e del via. Da lì in poi un minuto di adrenalina e una notte intera di festa. E tanti capoccioni a promettere che nessuno abbandonerà più lo slittino e King Zoeggeler che ascoltava con la faccia di quello che è abituato al bla bla bla e non ci fa più caso.