Ritorna Orlando l’inquisitore tutto accuse e grandi bluff

da Milano

È come l’araba fenice. Già, perché ogni volta che sembra arrivato al fondo della parabola discendente, ecco che rinasce dalle sue stesse ceneri, più polemico che mai.
Si piega ma non si spezza, Leoluca Orlando. È quasi l’incarnazione fisica di uno dei più celebri detti popolari siciliani, «calati iuncu ca passa la china», «abbassati giunco finché la piena del fiume passa». Ed ecco che dopo due pesanti flop elettorali - la sconfitta alle regionali siciliane del 2001 contro Totò Cuffaro e la bocciatura alle amministrative per l’elezione a sindaco di Palermo del maggio 2007 - risorge e torna con tutti gli onori alla Camera dei deputati, «bi-eletto» a Montecitorio nelle circoscrizioni Sicilia 1 e Sicilia 2, con Antonio Di Pietro nelle file di Idv, partito in cui milita dal 2006, dopo la rottura con la Margherita. Gli uomini passano, ma Orlando cade in piedi. Se si esamina la storia politica siciliana e non solo degli ultimi 20 anni Orlando è sempre lì, pronto ad accusare, gridare «al lupo al lupo» contro il pericolo mafia, far polemiche. Insomma, il suo «pane quotidiano». Perché proprio sull’antimafia, in fondo, ha costruito larga parte della sua carriera politica folgorante, rallentata solo da un suo «neo» caratteriale: l’incapacità di essere uomo squadra, di costruire un «dopo» rispetto a se stesso. Lui crea e lui distrugge. Un esempio? L’uccisione della sua creatura, il movimento politico «La Rete», l’anima della cosiddetta primavera di Palermo (così viene ricordata la sua prima esperienza di sindaco dal 1985 al ’90, con la sinistra in giunta) da lui sacrificata in nome di un progetto più grande, quello di un partito democratico - si badi, nulla a che vedere col Pd - poi naufragato per la sua stessa innata allergia a sciogliersi in qualcosa che non veda lui stesso come primadonna.
Non è un caso che, lungo la strada, Leoluca Orlando di amici ne abbia persi, e parecchi. Il caso più eclatante, forse, quello della rottura con padre Ennio Pintacuda, il gesuita ideologo della primavera, suo padre politico - a lui si deve il celebre «il sospetto è l’anticamera della verità» - e guida nell’uscita in nome dell’antimafia dalla Dc guidata in Sicilia da Salvo Lima. Avviene nel ’94, subito dopo le Politiche di marzo che consegnano l’Italia a Berlusconi. Padre Pintacuda analizza, cerca di capire il perché della disfatta. E punta l’indice contro la giunta comunale di Palermo guidata da alcuni mesi - il plebiscito dell’elezione di Orlando con il 73% di preferenze è del novembre del ’93 - dall’allievo prediletto. Va giù duro, il sacerdote. Parla di «visione vetero comunista dell’antimafia», dice: «C’è modo e modo di lottare contro la mafia. E ce n’è uno più rassicurante di quello adottato dalla giunta di Palermo». Pintacuda poi smentisce, ridimensiona. Ma la frattura c’è. E Orlando non perdona, neanche di fronte alla morte: «Resterà in me sempre vivo - scrive il 4 settembre del 2005, nel laconico comunicato diramato per dire che non andrà neanche ai funerali del suo maestro - il ricordo di un periodo passato di impegno comune che da tempo, però, si era interrotto». Ricorda, Leoluca Orlando. Memorabile, all’inizio degli anni ’90, il suo «no» all’intitolazione di una strada di Palermo a Leonardo Sciascia, scrittore che il mondo invidia alla Sicilia ma «colpevole» perché autore del famoso articolo sul Corriere della Sera sui «professionisti dell’antimafia» che innescò una rovente polemica con il giudice Borsellino. Non perdona, Orlando, Giudica ed emette, a modo suo, sentenze. Non è stato facile, per lui, dopo la strage di Capaci, far dimenticare gli attacchi da lui stesso mossi a Giovanni Falcone appena qualche anno prima, quelli sulle «carte nascoste nei cassetti». Per quelle accuse Falcone viene chiamato al Csm: «Orlando - dice - ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Mi fa paura».
Bufere. Come quella seguita al suicidio del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo il 4 marzo del 1995, una settimana dopo che lo stesso Orlando davanti alle telecamere di Tempo reale aveva lanciato accuse nei suoi confronti. Ma dalle bufere Leoluca Orlando risorge, come l’araba fenice, appunto. In fondo, la sua vita è una grande fiction. O meglio, un film. Nei ritagli tra attività politica, docenza universitaria e impegni all’estero, Orlando fa anche l’attore: nel 1994 in Germania è stato premiato come migliore attore per il film «Gezahlte Täge» (Giorni contati). E una particina l’ha avuta anche di recente, nel film che Wim Wenders ha appena finito di girare nel capoluogo siciliano, «The Palermo Shooting». Se gli elettori dovessero voltargli le spalle...