«Ritornare alle radici, scoprire chi siamo»

Giuliano Pozzati, 71 anni, medico in pensione, trascorre il tempo libero fra gli ortaggi: «Qui parlo con i miei avi»

La passione per l’orto come antidoto allo stress e cammino per ritrovare se stessi, in armonia con la natura. Pietro Giuliano Pozzati, 71 anni, è uno dei tanti pensionati che passa molte ore del suo tempo libero con vanga e cesoie, tra i filari degli orti nel cuore del parco Alessandrini. Nominato dai suoi vicini coordinatore dell’associazione libera degli orti di zona 4, Pozzati ha alle sue spalle una carriera nella medicina e nella sanità, come psicanalista e psicoterapeuta. Chi meglio di lui, allora, può coniugare l’ottica professionale all’esperienza personale e spiegare cosa spinge così tanta gente a sudare le fatidiche sette camicie pur di chinarsi a raccogliere i frutti del lavoro nei campi urbani? «Nel boom dell’orticoltura si intravede una logica esitenziale che porta sempre più persone ad allontanarsi dalle ansie di una vita di lavoro e dedicarsi finalmente a un passatempo rilassante».
E perché decidono di «tornare» alla terra?
«Non a caso si dice ritrovare le radici. Coltivare un orto significa riconquistare il passato, magari pensando ai genitori e a quello che facevano i nonni. Per chi è in là con gli anni, è un’istanza psicologica fortissima. Io, per esempio, sono venuto a Milano negli anni Sessanta in seguito all’alluvione nel Polesine. Nel silenzio dell’orto, “parlo” ai miei ortaggi come se parlassi ai miei avi. Anzi, in un certo senso è come se vivessero ancora, dando loro l’acqua che è la vita e prendendomi cura di loro».
Coltivare vuol dire anche fatica...
«Ma è una fatica che si sopporta perché la si sceglie. Quando hai lavorato all’orto per una giornata intera certo sei stanco, eppure capisci di aver riempito di senso la tua giornata. Ti senti subito meglio, di nuovo produttivo».
Col sudore si finisce per concimare pure le amicizie.
«Proprio così: qui in zona 4 è nata in pochissimo tempo una comunità molto unita. La “lotta” a chi ha l’orto più bello è sintomo di una competizione positiva, che rinvigorisce nello spirito molti anziani che altrimenti rischierebbero di soffrire la solitudine e di deprimersi».
E i giovani? Come mollare la playstation per trovare interesse in una zappa?
«È importante portare le nuove generazioni a osservare da vicino la realtà degli orti e di chi si impegna per renderli fecondi. Spesso vengono a trovarci le scolaresche: mi accorgo che i bimbi di oggi non sanno nemmeno in che modo nascono i pomodori. Per quello che posso, ho insegnato ai miei nipoti a seminare e ad aspettare il momento giusto per il raccolto. Ormai non sbagliano un colpo. È una questione di educazione. La natura insegna, basta applicarsi e rispettare i ritmi delle stagioni. La Terra è una donna, è una “madre”, no?».