Il ritornello di Amato: domani lascio la politica

Aveva detto: se le misure urgenti non vengono approvate, mi dimetto. Ai tempi di Tangentopoli D’Alema lo descrisse così: un bugiardo attaccato alla poltrona

da Roma

Agli amici fidati, continua a ripetere di non avere che un sogno: «tornare a quel che mi piace, lo studio, la riflessione, la scrittura», magari in quell’eremo sui Colli Euganei dove si era fatto professore-trappista un decennio fa, prima di esser richiamato al politico soglio. Ma in realtà è un vezzo, quella riflessione di Giuliano Amato - più noto come l’Eta Beta della politologia italiana - perché lui, di mettersi definitivamente sotto naftalina, non è che sia mai apparso entusiasta.
Già gli era accaduto a fine Tangentopoli di non voler schiodare da Palazzo Chigi, tanto che D’Alema - prima di avvolgerlo nella fondazione Italianieuropei - lo gratificò sulla Stampa di un attacco all’acido muriatico («Lo dico e lo ripeto: Amato è un bugiardo e un poveraccio. È uno che deve far di tutto per restar lì sulla poltrona!»). Ma altri esempi non mancano. Come quando a lungo fece resistenza all’idea di esser scavalcato da Rutelli nella corsa alla premiership, dicendo di non esser come lui che «da diva di Hollywood dice: o mi date questa parte o me ne vado...». O, ancora, quando rivendicò a tutto tondo il suo «esser politico» assolutamente disinteressato a prender parte «a concorsi di bellezza».
Che volete, il potere logora chi non ce l’ha, come ebbe a dire un’altra grande mente della politica nazionale. E il Dottor Sottile - soprannome affibbiatogli con gli anni, da quando Craxi lo convocava pensando alla Grande Riforma dicendogli: «Vien qua Giuliano, Costituzione alla mano!» - dietro le sue renitenze fa capire di esser già pronto, se del caso, a nuovi blocchi di partenza. Perché, ammettiamolo, pur essendo piccino, non vive certo in un mondo di giganti. Anzi. È tra i pochi nel gruppone della casta a trovare interesse e sostegni in entrambi gli schieramenti della morente (ma sarà così?) Italia bipolare. E fallita di un pelo la rincorsa al Quirinale, dice ormai la sua senza starsi troppo a curare dell’effetto che fa. Le violenze sulle donne? «Tara siculo-pakistana, la religione non c’entra» masticò con humour britannico dopo una serie di stupri commessi da islamici. A un tale che gli rimproverò presenze di comodo alle cerimonie antimafia, replicò gelido: «sei un piccolo populista».
E alle richieste di dimissioni che gli si avanzano in queste ore sulla base dell’annuncio che dette qualora non si fosse approvato in tutta fretta il pacchetto sicurezza dopo la morte della povera signora Reggiani, fa a questo punto spallucce.
Incidente di percorso, par di capire che vada sostenendo. E stando a chi lo conosce bene ritiene che tanto non cambierebbe nulla. E che solo lui, solo Amato Giuliano (che all’ex sindaco di New York Giuliani dedicò un mezzo peana per il suo «tolleranza zero»), può provare a far qualcosa per rimediare l’ennesima zappata sui piedi che il governo Prodi ammannisce ormai quotidianamente agli italiani.
Nei tanti ritagli di stampa che lo riguardano, del resto, esiste più di un precedente in materia. Come quello - narrato da Giancarlo Perna - che lo vide protagonista in una riunione del Psi dove si trovò a presentare una relazione economica. Al termine dell’esposizione, volti tirati e bocche all’ingiù: «Così non va, compagno» gli fu detto. Lui chiese se c’era una stanza a disposizione, riscrisse le tesi in 30 minuti sostenendo esattamente l’opposto di quanto detto in precedenza. «Complimenti!» gli dissero a quel punto. Come provò a riceverli nel 1992, annunciando in tv di «aver costretto i tedeschi ad abbassare i tassi». Peccato non fece cenno alla nostra contemporanea uscita dallo Sme, che ci costò una svalutazione lacrime e sangue.
Sono anni ormai che vagheggia per il nostro Paese un laburismo blairiano; tutt’altra cosa rispetto alla gauche francese di cui ebbe a dire «Jospin pretende di spingere un carro con le ruote quadrate, e noi gli andiamo dietro...». Non c’è dubbio - stando alle numerose interviste - che per lui la storia va riscritta con l’espulsione delle spore oltranziste di neo e post-comunisti da una sinistra moderna e temperata. Peccato che la sua non solo resti una predica nel deserto ma sia divenuta un pizzico strumentale. Visto che con Prc, Pdci, «mussisti» e Verdi, il ministro degli Interni fa i conti quotidianamente. «Quello è come Facta - urlò Ghino di Tacco, trasferitosi da Radicofani ad Hammamet -, il presidente del Consiglio che non seppe opporsi alla marcia su Roma». Eccessivo, certo. Ma non era Amato a sostenere che quel decreto sulla sicurezza era un necessario freno al populismo ormai dilagante?