Ritornello dell’Unione: «Dibattito in Parlamento»

da Roma

Il tradimento di un segreto d’ufficio. Alfredo Biondi (Fi), vicepresidente della Camera, considera questo l’aspetto più «grave» delle rivelazioni di Maurizio Scelli, dettate quindi da «vanità o altro biasimevole motivo». Massimo Brutti, senatore diessino, affonda il coltello nella piaga: «Ma perché Scelli soltanto oggi fornisce una versione dei fatti tale da determinare un evidente imbarazzo del governo e violando un fondamentale elemento di riservatezza?». Prova a darsi una risposta, rintracciando «un intento di ritorsione di cui ignoriamo le ragioni...». Ma se sulle motivazioni recondite dell’ex commissario straordinario della Cri sarà forse difficile sapere di più, le sue parole vengono accolte dall’intera opposizione come la prova che «non si è detta la verità». L’Unione chiede a gran voce che il governo chiarisca la vicenda in Parlamento, anche se la prima risposta giunta dal ministro Giovanardi è negativa: «Il governo ha già chiarito tutto».
La Margherita, con Renzo Lusetti, è il primo dei partiti del centrosinistra a chiedere conto dei «particolari inediti» svelati da Scelli. Seguono a ruota i Ds, con Marco Minniti, che ritiene lo «scenario tracciato da Scelli» tale da poter «minare la credibilità dell’Italia», visto che si tratta di dichiarazioni «sconcertanti nella loro gravità» e nel riproporre «zone d’ombra e interrogativi che non possono essere lasciati senza risposta». Provano a indicarne uno, inquietante, i rifondatori Gigi Malabarba e Giovanni Russo Spena, immaginando l’«agguato a Calipari» come una «risposta Usa». «Si dovrebbe riaprire il capitolo della morte di Calipari, chiuso troppo frettolosamente per ragioni di Stato - spiegano -: potremmo trovarci di fronte a un omicidio volontario da parte delle forze Usa. Queste dichiarazioni confermano che c’è stata una trattativa, di cui il Parlamento avrebbe dovuto essere informato, e dimostrano una forte ostilità delle forze statunitensi...».
Il presidente dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, alla luce di parole che «gettano più d’un ombra sull’operato del nostro governo in Irak e sui rapporti con gli americani», chiede una commissione d’inchiesta parlamentare. La sinistra radicale vede nella vicenda un altro motivo per tornare a chiedere il ritiro delle truppe italiane dall’Irak. Ma sono in molti, nell’intera Unione, a mettere in dubbio che la Croce rossa possa essersi mossa «autonomamente» dal governo. Emanuela Baio Dossi (Dl) chiede che il governo davanti alle Camere difenda l’onore della Cri, «infangata» dalle rivelazioni. La «doppia verità» non piace a Mauro Fabris (Udeur), mentre Antonio Di Pietro difende Scelli: «Le sue parole non sono uno scandalo, ma una confessione. Finalmente uno squarcio di verità!».
Si tratta di «un guaio internazionale - aggiunge il socialista Ugo Intini - nel quale il governo si è cacciato assolutamente da solo». Pone un argine alle speculazioni politiche fatte dal centrosinistra il viceministro Adolfo Urso (An). Il suo collega presidente della commissione Esteri della Camera, Gustavo Selva, ritiene della Croce rossa «la responsabilità di aver fatto curare alcuni terroristi ricercati». Maurizio Gasparri (An) ritiene che «l’approfondimento possa venire condotto dal Comitato parlamentare di controllo sui Servizi», dove Scelli farà «bene a precisare il senso di certe sue dichiarazioni, perché è sempre stata chiara la linea del governo, contraria a qualsiasi cedevolezza nei confronti del terrorismo». L’operato della Cri viene giustificato da Luca Volontè (Udc): «Se quattro persone stavano per morire, non vedo perché non si sarebbero dovute curare». Così Bobo Craxi trova «assolutamente normale che in guerra ci siano posizioni di umanità a sfondo politico, come capita in tutti i teatri bellici. La Croce rossa ha una missione e non deve certo chiedere i documenti a coloro ai quali presta le cure». Resta anche a Craxi, però, l’angoscioso dubbio: «Ma se era un’operazione così riservata, perché spiattellarla alla stampa dopo pochi mesi?».