Il ritornello dell’Unione: è tutta colpa dell’Irak

D’Alema: la guerra ha alimentato il fondamentalismo

Roberto Scafuri

da Roma

La solidarietà, il dolore, il cordoglio, l’inquietudine. L’Unione di centrosinistra avverte nel dramma di Londra l’attentato al cuore stesso dell’Europa, tanto temuto e forse persino talvolta esorcizzato. Ora la minaccia è qui, «siamo tutti più londinesi» dice Piero Fassino, «ora possono colpire ovunque», ripete Romano Prodi, che assieme agli altri leader va nel pomeriggio all’ambasciata britannica. Uniti contro il terrorismo, anzi «ancora più uniti» aggiunge Prodi, per l’ennesima volta il messaggio passa di bocca in bocca. Però il terrorismo è una cosa, una faccia della medaglia, l’altra resta la guerra. La guerra globale e permanente, che ora e ancora si combatte in Irak. «Un’atroce spirale di barbarie nemica dell’umanità», la definisce Fausto Bertinotti. «Due facce della stessa medaglia - spiega il comunista Oliviero Diliberto -, che si alimentano l’uno con l’altro e la violenza di uno chiama la violenza dell’altro». Per Massimo D’Alema l’Occidente ha «sottovalutato l’effetto che la guerra in Irak avrebbe avuto come moltiplicatore delle ragioni folli del fondamentalismo religioso». Così la posizione sul ritiro delle truppe in Irak non cambia, «non ha diretta influenza sull’atteggiamento che verrà tenuto in sede di voto del rifinanziamento della missione italiana», annuncerà Prodi.
Non è il momento di fare polemica, lo si capisce quando il capogruppo di Rifondazione che sostituisce Bertinotti nella visita all’ambasciata britannica, sollecitato dai giornalisti, usa una parola inconsueta e pregnante, «siamo costernati». «Siamo costernati per quanto accaduto a Londra - quasi sussurra Franco Giordano - e condanniamo nettamente ogni forma di terrorismo. Ma la nostra posizione non cambia, chiediamo il ritiro delle truppe, voteremo contro il rifinanziamento». A volte i sentimenti e le emozioni vengono messi a dura prova, ma come esiste una coerenza nel sostenere la logica della guerra, deve esistere uguale coerenza nel sostenere la logica della pace. Il principio che fermare le armi possa neutralizzare il mondo impazzito. Bertinotti ne fa una nuova linea, lanciata nel giorno più difficile: «Il movimento della pace diventi il protagonista di una mobilitazione mondiale contro il terrorismo e la guerra. Solo i popoli possono fermare l’orribile violenza...».
Non è l’ora delle polemiche, ma Francesco Rutelli dichiara pure che «il terrorismo è una sfida permanente e non dobbiamo abituarci a subirlo». Il leader arriva all’esecutivo della Margherita in mattinata dopo una lunga telefonata con Prodi per concordare il da farsi. Spiega così ai suoi che la posizione sull’Irak «non cambia», però non gli dispiacerebbero iniziative parlamentari tese a «evitare contraddizioni con scelte future» di un governo unionista. Partecipanti alla riunione della Margherita raccontano che, dopo i colloqui avuti negli Stati Uniti la scorsa settimana, Rutelli si sarebbe finalmente convinto che la guerra si è fatta difficile per gli americani. E se ora è giusta la posizione dell’Unione, gli americani «ragionano su come uscirne» e l’Italia unionista non dovrebbe e potrebbe prediligere «scelte unilaterali alla Zapatero», quanto piuttosto mettere nero su bianco che un futuro esecutivo di centrosinistra si impegnerebbe per promuovere un’azione coordinata con altri Paesi forti della Ue.
Resta però l’ora del dolore, questa. Se Prodi scrive una lettera a Tony Blair, Walter Veltroni ne indirizza un’altra al sindaco di Londra, Ken Livingstone, Ken «il rosso». Il Comune di Roma ha predisposto una fiaccolata, ma le attestazioni di lutto si diffondono dalle Regioni alle Province a molti altri comuni. Bandiere a lutto nelle feste dell’Unità, annunciano i Ds, e minuti di silenzio per quelle di Rifondazione e Margherita. «Preoccupazione e allarme» avverte il leader della Cgil, Epifani, e Veltroni aggiunge che occorre «rivedere le strategie contro il terrorismo». L’Europa è sotto attacco, persino il Partito marxista leninista stila una nota di condanna agli attentati che «non giovano alla causa della Resistenza irachena e afghana». Il verde Boco chiede di indagare su «chi specula su tali tragedie, chi per esempio ha investito sull’oro nelle ore precedenti alle esplosioni». Forse si riuscirebbe a capire, forse.