Ritorno ai prestiti e incentivi «pesanti» per ripartire subito

Occorre almeno un miliardo di euro per rimettere in moto la filiera automobilistica italiana. L’ipotizzato contributo di 290 milioni servirebbe solo a tamponare una ferita molto profonda. La ricetta che Gian Primo Quagliano, direttore del Centro studi Promotor, suggerisce al governo è la seguente: «Decidere un piano di rottamazione che prevede un contributo di 2mila euro per ogni vettura Euro4 ed Euro5 acquistata in cambio del vecchio usato. Un intervento del genere porterebbe 300mila veicoli in più e un gettito di Iva non indifferente allo Stato, che si vedrebbe così in parte ripagato».
Quella suggerita da Quagliano, però, non è l’unica misura che il governo dovrebbe considerare. Per rivitalizzare il settore e ridare slancio ai consumi, serve altro: cioè un piano strutturato che porti banche e finanziarie a riaprire i rubinetti del credito (in Italia il 75% delle auto acquistate viene pagato a rate), ma anche gli enti locali a togliere i lucchetti alle gare per il rinnovo del parco mezzi pubblici. Un progetto globale, dunque, che non si limiti alle rottamazioni, ma che agevoli, attraverso una ponderata iniezione di risorse, gli sforzi dell’industria automobilistica in direzione di un’offerta sempre più in chiave ecologica.
Non si tratta di stanziare gli ennesimi aiuti a favore del costruttore nazionale, ma del modo più moderno ed efficace per rimettere in moto la «macchina» in un contesto globale, dove chi perde colpi è destinato a soccombere.
Temi, questi, probabilmente affrontati ieri sera a Palazzo Chigi nell’incontro di un’ora che i vertici della Fiat (il presidente Luca di Montezemolo, l’amministratore delegato Sergio Marchionne e l’azionista John Elkann) hanno avuto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e i ministri Giulio Tremonti (Economia), Maurizio Sacconi (Lavoro) e Claudio Scajola (Sviluppo economico). Il vertice è stato convocato in vista del «tavolo» sull’auto, voluto dal premier Silvio Berlusconi, in programma oggi nel tardo pomeriggio e al quale sono stati invitati, insieme ai rappresentanti delle case costruttrici (Anfia per l’Italia e Unrae per gli importatori), anche quelli dei concessionari (Federaicpa) e del comparto motociclistico (Ancma). Accanto a loro siederanno gli esponenti di Confindustria e dei sindacati confederali e metalmeccanici. Fuori da Palazzo Chigi, per tutta la giornata, è annunciato un presidio di lavoratori dell’industria automobilistica: otto i pullman giunti in mattinata da Pomigliano d’Arco, alle porte di Napoli, dove si trova lo stabilimento Fiat più colpito dalla cassa integrazione. «Pomigliano - ha ricordato Gerardo Giannone (Rsu) - non ha ancora una missione produttiva che darebbe la certezza occupazionale agli oltre 14mila operai e dell’indotto». E proprio lo stabilimento partenopeo, insieme a quello di Termini Imerese (Palermo), sono gli anelli più deboli della catena produttiva che fa capo al Lingotto, cioè quelli più a rischio nel momento in cui la crisi dovesse peggiorare.
Rottamazioni «intelligenti», quindi, sostegno agli investimenti per la ricerca e rapida ripartenza dell’accesso al credito da parte della filiera sia a monte (indotto) sia a valle (concessionari) dell’automotive, e soprattutto a favore delle famiglie che, in attesa di novità positive, hanno accantonato ogni proposito di spesa, bloccando di fatto il mercato. «Il governo - spiega una fonte - dovrebbe ricalcare l’esempio francese dove, in pratica, lo Stato funge da garante verso banche e finanziarie che, ormai da qualche mese, hanno ripreso a erogare prestiti. La situazione è molto grave e al “tavolo” il governo se ne renderà conto». Entro oggi, infine, i ministri Tremonti, severo guardiano dei conti, e Scajola dovranno trovare un punto d’intesa su come intervenire nel modo più efficace possibile. Ieri Scajola ha ricordato come «i 200 milioni investiti nel 2008 sul versante scientifico, hanno generato programmi di ricerca industriale nei settori della mobilità da parte delle imprese per complessivi 600 milioni». Ma l’allarme rosso non era ancora scattato.