Il ritorno di Cohen

I suoi versi sono già musica senza la musica, cantati o sussurrati con quella voce calda che sbuca dai sotterranei dell’Io, raccontando la sua storia di romanziere (esordì nel 1963 con il romanzo Il gioco preferito)poi passato alla più nobile canzone d’autore. È Leonard Cohen, padre putativo dei cantautori dark, a settant’anni suonati un uomo fuori del comune che ama la transitorietà.
Domani sera Cohen torna a Milano, agli Arcimboldi, a 15 anni dall’ultima tournèe (dopo una grande apparizione quest’estate al Lucca Summer Festival davanti a tanti vip di ogni genere, da Beppe Grillo al segretario della Cgil Guglielmo Epifani), per far vibrare con il suo rosario (ora sacro ora profano) l’anima di quelle migliaia di fan che non l’hanno mai dimenticato. E lui, senza mai autocelebrarsi, ha centellinato la sua arte lasciando sempre e comuqnue un segno profondo. Non solo con le canzoni, pagine gloriose e indimenticate come Suzanne, (ricordate De Andrè?), Bird On a Wire, Sisters of Mercy, Tonight Will Be Fine, la vibrante Hallelujah che intrecciano la realtà e il suo vissuto con l’azzardo visionario, ma anche con le poesie (la sua ultima raccolta è Il libro del desiderio), con la sua lunga epserienza mistica di monaco Zen in cima ad un monte («con il maestro ultranovantenne Seasaky Roshi ho ritrovato la pace dello spirito e il gusto dell’alcool»). A oltre quarant’anni dal suo debutto discografico, Cohen ha ripubblicato i suoi cd più celebri (The Songs of Leonard Cohen, Songs From a Room, Songs of Love and Hate) che ancora oggi sono di un'incredibile modernità. Un artista nella cui arte - e nella cui coscienza inquieta - convivono in equilibrio la visione esistenziale, materiale e spirituale del mondo.
Una visone che l’artista porterà agli Arcimboldi, unendo ai classici anche pagine dai suoi ultimi dischi come Dear Heather, un lavoro più sereno, opera di un artista che prima parlava alle coscienze dal buio dell’anima e ora racconta storie da «domenica mattina a casa con il sole». A Lucca lo abbiamo visto intenso e sereno, elegante nel suo abito grigio, col Borsalino calcato in testa a nascondere ora la disperazione, ora la speranza, ora il ghigno beffardo. Oltre ai brani già citati, la scaletta prevede passaggi importanti della poetica coheniana come In My Secret Life, Tower of Song, Ther’s No Way To Say Goodbye, Everybody Knows, Take This Waltz, la plumbea Dance Me to the End of Love. Non stravolge gli arrangiamenti, anzi, con l’aiuto di una grande band rimane fedelissimo all’originale ma sempre nuovo e sempre attuale perché lui ha lo «spirito» giusto. Oppure, come lui stesso ha scritto: «Ho ricevuto il titolo di poeta e forse lo sono stato per un po’. Anche il titolo di cantante mi è stato gentilmente attribuito anche se a stento ero capace di intonare un motivo. Per molti anni sono stato considerato un monaco, odiavo tutti ma fingevo di essere generoso e nessuno mi hai smascherato». Cohen si mette a nudo senza paura e senza pietà davanti a tutti, narrando la sua forza e la sua debolezza da antidivo per eccellenza; da intellettuale le cui canzoni finiscono persino negli spot pubblicitari senza perdere la potenza delle immagini e la profondità dei significati.
A oltre quarant’anni dal debutto discografico (e ora sta lavorando ad un nuovo cd), il maestro raccoglie in versi e in musica tutte le sue esperienze unendo presente e passato. Presenta Suzanne, che sembra scritta ieri, e la recentissime On That Day, che in due pennellate dipinge i fatti dell’11 settembre, elabora Go No More A-Roving su testo di Lord Byron e dice sornione (ma sarà vero o no?) che «ha chiuso il libro dei desideri ed è passato alle cose di tutti i giorni, quelle piccole cose che fanno grande la vita».
Al di là della sua storia personale di artista on the road e di intellettuale, di poeta minimalista e di sognatore, al di là di chi non conosce la sua storia, val la pena di assistere ad un suo concerto per farsi ammaliare dal fascino indiscreto ed impudico delle sue melodie.