Il ritorno del dandy l’asceta del lusso

Da Oscar Wilde a Philippe Daverio: una nuova edizione accresciuta e aggiornata per il «Dizionario» di Giuseppe Scaraffia

Il dandysmo come il romanzo viene dato continuamente per morto e come il romanzo sembra vivere una lunghissima e felicissima agonia. Basta dare un’occhiata al formidabile sito The Sartorialist, zeppo di eccentrici contemporanei fotografati in tutta la loro vanità nelle strade delle grandi metropoli. I funerali del dandysmo classico, modellato sulle gesta di George Brummell, vennero celebrati nel 1830 insieme a quelli di Giorgio IV d’Inghilterra. Eppure il dandy più famoso, Oscar Wilde, doveva ancora nascere, l’epicentro del fenomeno doveva ancora spostarsi da Londra a Parigi e tutta la faccenda sembrava riguardare solo la moda, e non anche la letteratura. È una storia di reincarnazioni, quindi, quella raccontata da Giuseppe Scaraffia nel suo Dizionario del dandy (Sellerio, pagg. 197, euro 10), in libreria da giovedì, edizione accresciuta e aggiornata di un’opera uscita per Laterza nell’ormai lontano 1981.
Ma perché tornare sull’argomento, che cosa è cambiato nel frattempo? «Si viveva ancora sotto il dominio dell’ideologia» risponde l’autore. «L’egocentrismo, lo scetticismo, il culto ascetico del lusso erano assolutamente inattuali, oggi invece è diventato chiaro il legame tra il dandy e la folla che detesta. Il dandy nasce dalla società di massa come Venere dall’onda, ma cerca continuamente di eludere il suo abbraccio banalizzante. È diventato un guerrigliero dello stile, impegnato in una lotta impari ma irrinunciabile».
Insomma ci troviamo di fronte a un narciso in perpetua controtendenza che, ad esempio, si affida ai sarti anziché agli stilisti siccome l’unica griffe che può concepire è la propria firma. Il più delle volte è una firma nota: non tutti gli scrittori sono dandy ma quasi tutti i dandy scrivono libri. Forse perché da alcuni secoli a questa parte scrivere e far niente sono considerati sinonimi mentre dandysmo e lavoro appartengono alla schiera dei contrari. Anche dandy e donna sono parole che tendono a respingersi, come spiega la lettera D del Dizionario: «La prima notte di matrimonio, Giorgio IV, il corpulento allievo di Brummell, la trascorse bevendo in compagnia dei dandies, abbandonando a se stessa la romantica consorte, Caroline de Brunswick». Ci vuole tutta l'erudizione di Scaraffia per scovare un paio di dandy-donne: Coco Chanel oppure Nancy Cunard, l’amante di Aragon. Entrambe defunte da quel dì. Per tornare fra i viventi è indispensabile rituffarsi nel genere maschile. «Bisogna distinguere tra la scuola wildiana, più fastosa e colorata, e la scuola brummelliana-baudelairiana, incline alla sobrietà. Tra i primi includerei un artista come Luigi Ontani, un economista come Oscar Giannino e uno scrittore come Jonathan Littell. Tra i secondi Vittorio Sgarbi, Giovanni Gastel e Alain Elkann». E Tom Wolfe col suo perenne abito bianco dove lo mettiamo? «In un filone intermedio, insieme a Philippe Daverio».
Scaraffia cita anche personaggi il cui dandysmo ci era sfuggito: Jeremy Irons, John Malkovich, Lucien Freud... Non siamo noi a essere diventati ciechi, sono loro che si sono ben mimetizzati: «L'eleganza moderna sopravvive per lo più in clandestinità. Come diceva Barthes, il dandy dei nostri giorni vuole essere riconosciuto solo da un occhio esperto come il suo». Chi ha occhio non esperto potrà consolarsi con le illustrazioni che accompagnano le voci del Dizionario: Byron in costume balcanico, Balzac e la sua mazza da passeggio, Wilde col girasole da occhiello... Era il tempo felice in cui i dandy si riconoscevano lontano un chilometro.