Il ritorno degli estremisti

Si celebra quest'anno il trentesimo anniversario del '77, e non ci sarebbe niente da celebrare, perché fu un movimento tanto effimero quanto poco capace di lasciare segni nella società. Se non che, a tre decenni di distanza, l'Italia si ritrova nella singolare condizione di vedere al potere proprio quell'estremismo di sinistra che - soprattutto dopo la caduta del Muro - dovrebbe essere relegato negli angoli della vita politica.
Basti pensare a Fausto Bertinotti, comunista diventato Presidente della Camera, che si è appena espresso contro l'allargamento della base americana a Vicenza: «Il governo - ha dichiarato in un'intervista - ha il dovere di durare, ma c'è bisogno di eskimo e grisaglia». La necessità dell'eskimo ci sfugge, a meno che non voglia rappresentare un antiamericanismo che nell'estrema sinistra si manifesta anche con la volontà di non rifinanziare la missione italiana in Afghanistan. Un antiamericanismo, così generico quanto fanatico, da non prendere neanche in considerazione la vera notizia di questi giorni, ovvero l'alta probabilità che a contendersi la candidatura democratica alla Casa Bianca siano una donna e un nero; i quali potrebbero addirittura vincere, insieme, la corsa alla presidenza e alla vicepresidenza degli Stati Uniti: alla faccia delle nostre casarecce quote rosa e degli sterili «vogliamoci bene» riguardo alle politiche sull'immigrazione.
L'eskimo al potere, d'altra parte, è alla ribalta ogni giorno, nelle vicende più importanti e disparate. Per esempio nella decisione del ministro della Pubblica istruzione di tornare agli esami di maturità facili, svilendo sempre di più lo studio e realizzando così uno dei peggiori sogni settantottini. Non a caso, l'estrema sinistra si accinge a portare in trionfo Oreste Scalzone, impunito dopo la latitanza in Francia. Per non dire della difesa a oltranza dei dipendenti pubblici oziosi, all'insegna di «il posto di lavoro non si tocca», anche se è un comodo posto di non-lavoro.
Non viene risparmiato nessuno degli elementi di cui una società moderna ha bisogno per crescere e prosperare: la dignità internazionale di un Paese nel rispetto della parola data; la difesa dell'identità nazionale, subito tacciata di nazionalismo; la ricerca e il godimento del benessere individuale, molla di ogni progresso collettivo. Sotto tiro, però, è specialmente il riconoscimento dei meriti (detto con parola orribile e infamante «meritocrazia»), in nome di un'uguaglianza sognata quanto impossibile che ha la vera radice in un atavico e mai superato odio di classe.
Ricordate lo sdegno con il quale fu accolto l'ingresso nella Casa delle Libertà di alcuni gruppi e partitini di estrema destra? Era un'alleanza elettorale identica a quella che ha unito l'Ulivo ai comunisti che stanno alla sua sinistra. Con la differenza che quei partiti non hanno mai dettato legge nel governo Berlusconi. Invece l'estrema sinistra oggi è davvero al potere - in Italia, e solo in Italia - grazie al ricatto con il quale tiene in piedi il governo Prodi: o con noi o il diluvio. «Così è la democrazia», obiettano i più ingenui o i più maliziosi. Ma la democrazia significa: tanti voti, tanto potere. Mentre è indubbio che nell'attuale governo l'estrema sinistra goda di un potere smisuratamente superiore a quello che gli consentirebbero i voti ottenuti. Non è un governo che disponga, a scelta, di grisaglia e eskimo, è un governo che di volta in volta indossa l'eskimo sotto la grisaglia o viceversa, con risultati che se non portassero a conseguenze drammatiche sarebbero comici.
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