IL RITORNO DEI MORALISTI

Ritornano i moralisti. Si salvi chi può. Se ci fate caso succede un po’ tutte le estati. Un po l’assenza di argomenti dei giornali e le ampie pagine da riempire comunque. Un po’ il tempo libero che hanno a disposizione politici vari. Un po’ che la tematica ha sempre una sua attualità. Un po’ questo, un po’ quello, non passa estate senza che qualcuno ci faccia la morale.
Il via alle danze, quest’estate, lo ha dato l’Arturo Parisi, la voce, essendo il Romano Prodi la parola. Troppi affari in giro, troppi rapporti, e poco chiari, tra la politica e l’economia. Ce n’è stato per tutti: da Bankitalia alle scalate non riuscite, alla Rai dove i Ds, sempre secondo il Parisi, avrebbero scambiato la nomina di Petruccioli a presidente con qualche favore da fare a Mediaset. I Ds, in sostanza, non lo hanno neanche considerato, ma lo facciamo noi. «Ci sono - ha affermato Parisi - troppe commistioni tra la politica e l’economia». Buono.
Prodi ha dato ragione a Parisi: troppe commistioni. «In un sistema bipolare - ha detto il Professore -, con un esecutivo forte, servono autorità indipendenti che vanno dalla Banca d’Italia all’Antitrust. Invece noi abbiamo un’estrema debolezza di queste regole e soprattutto molte volte i membri di queste autorità sono troppo legati a un’appartenenza politica». Ottimo.
Perché diciamo moralisti? Cos’è il moralismo? Non ha nulla a che fare con la morale. È un modo superficiale, scontato, banale di dire cose simil-morali che - novanta su cento -, non dicendo appunto nulla, dovrebbero trovare tutti d’accordo. E così sarebbe se chi lo dice non avesse avuto una parte rilevante nel costruire ciò che condanna. Romano Prodi appunto. Sarebbe stato il caso che il Professor Romano, prima di fare o far fare a Parisi lezioni di moralità, ci avesse fatto delle interessantissime lezioni di storia italiana sull’intreccio tra politica ed economia. Avrebbe potuto intitolare il corso così: «Come ti intreccio la politica con l’economia. Appunti per un’autobiografia». Avendo vissuto, lui infatti, al centro di questo intreccio per anni, ed essendone stato uno dei più importanti rappresentanti, basterebbe pensare all’Iri, chissà quante cose interessanti ci avrebbe potuto dire.
Certo, delle autorità indipendenti forti - come suggerisce lo stesso Professore - male non farebbero. Ma proprio nei giorni scorsi si sono letti, sui giornali, nomi di personaggi di area prodiana che il Professore medesimo vedrebbe bene nei vari posti di comando nel caso di un suo ritorno a Palazzo Chigi. E allora come la mettiamo? E se la questione fosse tutt’altra? Se, mettiamo, il lamento di Parisi fosse il lamento di chi vorrebbe ma non può perché, intanto, i giochi li fanno gli altri, cioè i Ds, o altri ancora?
Tutte illazioni, tutte supposizioni, niente di più, per carità. Sarà, però uno che ha compiuto pochi giorni fa sessant’anni di vita politica, il nostro mai dimenticato ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ricordandoci che la questione morale è ancora viva (e già qui la profondità ci fa venire le vertigini), ha detto anche (e questo ci interessa di più) che «il richiamo ai valori deve partire da un grande desiderio di pulizia, che è l’interesse primario dei cittadini, piuttosto che per mettere qualcuno sul banco degli imputati gridando allo scandalo», eppoi si è chiesto se «esiste un diritto alla finanza ormai stabilizzata, quella cosiddetta “nobile”, che a sua volta fu magari rampante 30 o 50 anni fa, a chiudere le porte ai nuovi che premono».
Vecchie volpi. Difficile che parlino per dar aria ai polmoni, possono stare in apnea per giorni e anni. Istiga un dubbio, il vecchio presidente: dietro tutti questi moralismi non si nasconderà la solita battaglietta per difendere i soliti amicucci? Magari i vari Fiorani, Ricucci, Gnutti avranno anche sbagliato, ma l’errore più grosso e più grave che hanno commesso è certamente quello di voler fare le cose con i soldi e non con i discorsi. Anche se avessero fatto tutto in regola questo non sarebbe perdonato. Ma chi sono questi esponenti del popolo crasso per entrare nella finanza, quella «nobile»?
E allora parliamone pure di morale, di economia, di intrecci di queste con la politica ma, possibilmente, facciamo qualche discorso generale, che valga per tutti. Se si vuol fare della morale. Non facciamolo per dire che oggi vanno male quegli intrecci che non si controllano e prepararsi a fare quelli buoni, invece, una volta poste le terga sulla poltrona. Così non è neanche moralismo, si chiama gioco delle tre carte.