Il ritorno di Fini ad Arcore Ma il disgelo è ancora lontano

RomaDa quando veste i panni di presidente della Camera, il portone di Villa San Martino non si è mai spalancato per lui. È dal 2007, dal 2 aprile, se la memoria non inganna, che Gianfranco Fini - all’epoca fu per un vertice della scomparsa Cdl - non mette piede ad Arcore. A giorni, salvo colpi di scena, il tabù verrà sfatato. È tempo di auguri natalizi, è ora di incontrare di nuovo il premier ferito, dopo la visita tempestiva al San Raffaele, all’indomani del fattaccio. Fu un colloquio «toccante e molto significativo dal punto di vista umano», secondo la ricostruzione di Italo Bocchino. Sarà stato così. Ma nel prossimo faccia a faccia, concordato tra i due nel corso di una recente telefonata, non ancora però appuntato in agenda, si potrebbe raccontare una storia diversa. Per carità, nessuno o quasi nel Pdl spera davvero che i due si lascino con l’astio e l’insofferenza a cui ci hanno abituati. Anzi. «Ritengo decisivo un incontro fra Berlusconi e Fini, per entrare nel cantiere delle riforme dalla porta giusta e per rinsaldare con rinnovato vigore l’azione del Pdl e del governo nel Paese», auspica ad esempio Osvaldo Napoli. Però è anche vero che immaginare un vis-à-vis tutto rose e fiori appare utopistico.
Certo, nessuno dei due al momento può fare a meno dell’altro. Ma una volta rimesso in frigo lo spumante, i nodi da sciogliere non saranno mica pochi. Riforme e Regionali, partito unico e rapporti con la Lega: quattro infatti i temi chiave, su cui potrebbero confrontarsi già ad Arcore. Difficilmente, comunque, il premier si approccerà al co-fondatore pidiellino senza farsi condizionare dal galeotto fuorionda che mise a nudo il pensiero del presidente della Camera sulla «bomba atomica», trasformatasi in petardo, Gaspare Spatuzza. E non c’è dubbio, stando ai suoi fedelissimi, che nella testa del Cavaliere frulli ancora il dubbio che Fini stia giocando una partita doppia, flirtando con Pier Ferdinando Casini, e non solo, in vista della successione: «Silvio fa buon viso a cattivo gioco, nonostante si chieda di continuo cosa passi per la mente di Gianfranco».
Insomma, anche se «proverà a farsene una ragione», Berlusconi sente sempre «puzza di bruciato». E considera «assurdo» l’incontro di giovedì scorso, a Montecitorio, tra Fini e Carlo De Benedetti. Un faccia a faccia - è il ragionamento - tra chi sulla carta dovrebbe essere il suo principale alleato e chi, da editore del Gruppo L’Espresso, nei fatti è uno dei suoi principali nemici. Un tarlo, per Berlusconi. Un punto, però, su cui la terza carica dello Stato potrebbe replicare così: «È stato ricevuto al Senato pure da Renato Schifani, quindi...».
Virgolettati immaginari a parte, il premier, intenzionato a non mollare, è consapevole che il gesto scellerato di Massimo Tartaglia ha in qualche modo costretto, chi lavora per spodestarlo da Palazzo Chigi, a rivedere o rimandare il piano. E utilizzerà come sempre lo scudo del consenso popolare, per interagire, anche con Fini, sul percorso che porta alla revisione costituzionale.
Detto questo, sul terreno delle riforme, forse i due (a grandi linee) concorderanno. Soprattutto in questa fase di «mano tesa» all’opposizione, fortemente voluta dal capo del governo. In ogni caso, pronostica un ex aennino che non si riconosce più in Fini, l’esito del colloquio «dipenderà dall’atteggiamento dell’ospite, che di solito si atteggia a professorino, capace di indisporre pure un propositivo padrone di casa». «In effetti», ricorda un senatore Pdl, «spesso gli sentiamo dire: “io gliel’ho detto a Silvio, ma lui...”».
Ciò su cui Berlusconi non mollerà, ne sono tutti certi, è l’accelerazione contestuale da dare al capitolo giustizia, grazie ad una «maggioranza autosufficiente» che siede in Parlamento. Un punto che farà storcere il naso all’inquilino di Montecitorio, che non nasconderà il disappunto pure per l’asse nordista con Umberto Bossi. Ma «il Carroccio è sempre stato un alleato fedele», potrebbe ribattere il Cavaliere, puntando non a caso sul termine «fedeltà». E se si parla di Lega, è inevitabile che si passi alle Regionali, per fare il punto sul Veneto, dove non mancano i malumori pidiellini, e sulla Campania, con il candidato ancora da scegliere.
Dulcis in fundo, tanto per dire, la questione partito. Fini tenterà di ricalibrare il proprio peso specifico, proponendo magari inserimenti di suoi uomini fidati negli organi dirigenti. Nell’Ufficio di presidenza o in seno al coordinamento nazionale: potrebbe chiedere - è un’ipotesi circolata di recente - che nella triade non figurino più ministri. «Domandare è lecito, rispondere è cortesia», fa notare un sottosegretario. Chissà, magari lo spirito natalizio può aiutare.