Il ritorno della Giffords ha riscattato l’orgoglio di un'America divisa

Gabrielle Giffords, ferita in un attentato lo scorso gennaio, torna in aula dopo 7 mesi di sofferenza

E noi stiamo ancora a spremerci in discussioni estenuanti sulle quote rosa, come se davvero la soluzione fosse siringare coercitivamente percentuali di donne qualunque nell’esangue corpaccione maschilista dell’Italia. Via, non c’è quota imposta capace di competere, come peso e come significato, con il grande gesto spontaneo di Gabrielle Giffords, quel donnino esile e barcollante, smunto ed emozionato, che l’altro giorno s’è preso una pausa nel lungo calvario personale per andare in Parlamento a dire il proprio «sì», salvando gli Stati Uniti dal baratro.

La sua storia è tristemente nota in tutto il mondo: a gennaio, durante un comizio a Tucson, un esaltato le spara alla testa con conseguenze tremende. Eppure, da quel momento, la Giffords comincia a dare segnali stupefacenti della sua tenacia, fisica e spirituale. Sette giorni e riapre gli occhi. Dopo un’interminabile serie di interventi chirurgici, riaccende il cervello e si rimette in piedi. A maggio si fa trovare a Cape Canaveral per salutare il marito astronauta che parte per una spedizione. Lentamente, Gabrielle diventa il nuovo mito americano: più forte della violenza, più forte del dolore, più forte della morte. E quando, dopo un penoso ed estenuante tiramolla di stampo vagamente romano, la Camera si ritrova per decidere se salvare l’America dal default (prendere nota: è l’ultimo neologismo che ormai usano anche nei chioschi dei nostri litorali, oddio dammi una cedrata, con questo caldo rischio il default), ecco, proprio nel momento decisivo e supremo della storia contemporanea l’indomabile Gabrielle vuole esserci. Cascasse il mondo, tremebonda e claudicante, sorreggendosi al braccio del marito, va a dire il suo sì. La potenza dei semplici gesti: fino a quel momento dilaniata come una Camera uzbeka, improvvisamente l’Aula spazza via tutti i rancori e si ritrova in un toccante applauso all’unanimità. Il voto di Gabrielle vale anche questo prodigio politico: riporta un clima umano là dove ormai sembrava di stare a Montecitorio.

i potrebbe ricamare ruffianamente intorno all’altezza di questo personaggio, dissertando subito sulla superiorità della donna in politica e non solo, ma personalmente mi rifiuto di partecipare al coro: preferisco considerare il gesto di Gabrielle Giffords per quello che è e per quello che vale, cioè un grande esempio di politica nobile. Maschile o femminile, rosa o azzurro che sia, resta un grande gesto e basta. Da tanto tempo ci deprimiamo per i livelli raggiunti dalla nostra casta (ultim’ora: dopo aver pensato di saltare le ferie, visto il delicatissimo momento, chiudono il Parlamento all’inizio di agosto e lo riaprono il 12 settembre, comunque sempre responsabilmente). Da troppo tempo ci siamo abituati a quelle strazianti riprese televisive, magari su questioni altissime come la bioetica, con una mezza dozzina di parlamentari stravaccati fisicamente nell’aula deserta, però emotivamente lontanissimi, verso gli impellenti casi propri. La tentazione forte sarebbe chiamare il funambolico presidente della Triestina, che per rendere meno desolante lo stadio Nereo Rocco ha piazzato sulle tribune immensi cartelloni di tifosi entusiasti: presidente, davvero, ce la farebbe a ricreare un ambientino, a restituire un po’ di vita artificiale anche alle nostre Camere?

Come negarlo: la politica si è giocata praticamente tutto il bonus della credibilità popolare. Proprio in queste ore, risuona epica l’intervista di Oggi ad Antonio Gaglione, parlamentare pugliese del Gruppo misto, ex Pd, principe degli assenteisti, presentissimo in sede di accredito bancario: «Lo riconosco, la mia posizione non è limpida, ma non mi dimetto».

Simbolicamente e idealmente, è la risposta italiana alla signora Gabrielle Giffords, questa americana fissata e ottusa che ancora farnetica di «senso dello Stato» e «salvezza della Patria». Come abbiamo più volte teorizzato, nazionalizzando una famosa analisi di Rino Formica, per noi «la politica è sangue e m.». Evidentemente, Gabrielle non ha letto abbastanza Rino Formica. Ancora crede al valore supremo del suo ruolo e del suo voto, un valore che cancella persino le sofferenze personali di una tragedia non ancora risolta. È un’ingenua della politica. Una tizia che intende la politica come missione. Una tizia pericolosa. Sarà pessimismo d’agosto, ma la sensazione è che noi non le troveremmo un posto nemmeno con le quota rosa.