Il ritorno di Jack London, parola di Fernanda Pivano

Una volta aveva preso a insulti e spintoni un contabile del re. Era iroso, non aveva molto carisma, non sapeva governare, si fidava solo dei suoi fratelli e, soprattutto, non amava gli spagnoli. Anzi, per dirla tutta, li considerava scansafatiche, arroganti e senza scrupoli. Motivo per il quale ogni tanto ne faceva impiccare qualcuno, quando questi si rendeva colpevole di un reato particolarmente grave. E non glielo perdonarono mai.
È questo il quadro, un po’ sconsolante, che emerge dal libro «Inchiesta su Cristoforo Colombo - Il dossier Bobadilla» di Consuelo Varela, edito da Fratelli Frilli Editori con la prefazione della professoressa Gabriella Airaldi, ordinario di Storia medioevale all'Università di Genova e presidente del Centro di Studi «Paolo Emilio Taviani» sulle relazioni internazionali dal medioevo all'età contemporanea.
Contrariamente ai tanti, troppi libri, che parlano del Grande Navigatore, questo è finalmente un volume serio. Del resto, se così non fosse, non sarebbe stato presentato da Gabriella Airaldi. Qui non si fanno ipotesi fantascientifiche sulle origini di Colombo, non si presentano accostamenti misteriosi che finiscono sempre con un inspiegabile punto interrogativo. Consuelo Varela è una storica spagnola, così come la sua collega Isabel Aguirre, che ha curato l'edizione e la trascrizione del documento nel quale il comendador Francisco di Bobadilla (un fior di farabutto che si faceva passare per gentiluomo) ha riportato gli atti del processo del 1500 durante il quale ha messo sotto accusa, condannato e rispedito in catene in Spagna l'allora vicerè del Nuovo Mondo, Cristoforo Colombo. È stata proprio la Aguirre a scoprire l'incartamento, che si riteneva ormai perduto, e, grazie a quanto vi è scritto, oggi è possibile ricostruire il complotto che, come scrisse a suo tempo Taviani, «fu un chiaro e risolutivo colpo di Stato dei re che, di fronte alle ricchezze delle Indie, vollero destituire Colòn per non dover poi ottemperare alle clausole delle Capitolazioni». Insomma, non volevano dargli quanto gli spettava e inviarono nella nuova colonia Bobadilla affinché ne prendesse il posto. C'è da dire che alla fine Colombo la spuntò e, presentandosi ancora in catene davanti ai re, ottenne che il procedimento a suo carico venisse archiviato e Bobadilla rimosso dall'incarico.
È tuttavia molto interessante leggere come andarono realmente le cose, cioè come si formò la coalizione che in ultima analisi portò alla caduta del viceré genovese. Anche perché, dopo l'affare Bobadilla, Colombo non potè più fregiarsi del titolo che i sovrani spagnoli a suo tempo gli avevano conferito.
In sintesi, le truppe che Colombo si era portato dietro nel suo secondo viaggio in quelle che chiamava ancora Indie, erano costituite principalmente da avventurieri. Per poter governare la situazione, il buon Cristoforo si avvaleva dell'aiuto dei suoi fratelli Bartolomeo e Diego. Gli spagnoli, però, non gradivano affatto di essere comandati da quel gruppetto di odiati genovesi. In una delle testimonianze rilasciate contro di loro, si legge che «erano crudelissimi, e non atti a quel governo, sì per essere stranieri e oltramontani, come perché in altri tempi non si erano veduti in istato, ove per esperienza avessero imparato il modo di governare gente di qualità». In altre parole, Colombo e i suoi fratelli erano considerati esseri inferiori che comandavano persone di lignaggio superiore, appunto gli spagnoli, per cui dovevano essere destituiti.
Tre le accuse che vennero mosse all'ammiraglio: impadronirsi delle Indie e volerle consegnare ad un altro principe, truccare i conti e impedire che gli indigeni venissero battezzati.
Per ottenere il suo scopo, Bobadilla scelse ventidue testimoni, soprattutto gente che odiava Colombo, ottenendo dichiarazioni fortemente lesive nei confronti dell'accusato. Molte di queste erano false, ovviamente, ma l'intervento di Bobadilla veniva incontro alle esigenze degli spagnoli che vivevano nella colonia. Non ne potevano più di quel genovese che voleva farli lavorare, impediva loro di saccheggiare i villaggi degli indios e li teneva a stecchetto in quanto nessuno produceva il cibo di cui la comunità aveva bisogno. Ogni tanto alcuni spagnoli, soprattutto frati, riuscivano a tornare in patria e lì sparlavano a tutto andare di Colombo e dei suoi fratelli. Raccontavano, ad esempio, che molti spagnoli venivano appesi alle forche solo perché usavano con troppa disinvoltura la spada (cioè, ammazzavano qualcuno), oppure veniva loro tagliata una mano, se beccati a rubare. Come si permetteva, quel genovese, di arrivare a tanto?
La verità è che Colombo era un grande navigatore, ma un pessimo amministratore. E comunque detestava, a sua volta ricambiato, gli spagnoli che avrebbe dovuto governare. La stessa Consuelo Varela non esita a definirlo «antipatico» per il modo in cui si comportava. E lo dimostra il fatto che spesso doveva fronteggiare vere e proprie rivolte contro la sua amministrazione. La più grave fu quella capitanata da Francisco Roldàn, seguita dalle ribellioni di Fernando de Guevara e Adriàn de Mùxica. Così, ad un certo punto, i re di Spagna colsero l'occasione al volo e fecero destituire l'odiato viceré genovese, innescando una diatriba legale che durò per anni con gli eredi di Colombo.
Non voglio aggiungere altro perché questo libro merita di essere letto da chi si interessa alla storia di Cristoforo Colombo. Soprattutto è istruttiva la ricostruzione di quanto accadeva all'Española in quegli anni: la fame, le malattie, le rivolte, gli attacchi degli indios, l'epidemia di sifilide. E se c'è qualcuno che ancora dubiti che Colombo fosse genovese, si legga pure il dossier Bobadilla. Soprattutto dove i testimoni affermano, mentendo, che l'ammiraglio «voleva cedere l'isola ai genovesi». Non lo fece, appunto. Ma se lo avesse fatto, forse oggi l'intera America del Sud parlerebbe italiano.
«Inchiesta su Cristoforo Colombo - Il dossier Bobadilla» di Consuelo Varela, Edizione e trascrizione di Isabel Aguirre (Fratelli Frilli Editori), 320 pagine, 17,50 Euro.
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