Il ritorno di Leoluca Orlando spaventa l’Unione in Sicilia

L’ex sindaco ora appoggia la Borsellino, ma negli anni ’90 attaccò Falcone

I mprovvisamente nelle elezioni siciliane ha fatto irruzione il fantasma di Leonardo Sciascia. Ad evocarlo per primo è stato il leader della Margherita Francesco Rutelli in polemica con i sostenitori della candidatura di Rita Borsellino, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia, e di coloro che, a cominciare da Leoluca Orlando, per vincere le elezioni puntano sul tema mafia-antimafia e, più o meno scopertamente, sull'aiuto del braccio giudiziario dei magistrati della procura di Palermo, che hanno già messo sotto processo il governatore della Regione Totò Cuffaro. «In Sicilia - ha detto Rutelli - ci vorrebbe un Leonardo Sciascia del 2000. Spero che il Padreterno e la sapienza profonda della Sicilia facciano sbocciare un'intelligenza critica capace di stimolare un'alternativa alla mafia che sia radicale e sociale, che indichi coraggiose e nuove strade di sviluppo». E non poteva essere più chiaro il richiamo alla polemica di Sciascia contro «i professionisti dell'antimafia», quelli che avevano fatto della lotta alla mafia «uno strumento di potere che non consentiva dubbio, dissenso e critica», e che hanno imperversato per un ventennio liquidando non la mafia, ma la classe politica siciliana, fino a provocare la reazione della da loro tanto invocata «società civile», che alle elezioni politiche del 2001 regalò alla Casa delle Libertà in Sicilia 61 collegi elettorali su 61.
Sarà per questo che Rita Borsellino, dopo avere vinto le primarie, si è preoccupata di prendere le distanze dagli esagitati che la circondano (al grido di «Viva Borsellino, viva la ghigliottina») e di precisare che «tutto si può dire meno che io sia una giustizialista» e che «capita spesso che si scambi il giustizialismo con l'ansia di giustizia, che sono cose diverse» e che lei è «abbastanza preparata per sapere distinguere». Per l'occasione Rita Borsellino rievoca anche il famoso articolo di Sciascia: «Lo ricordano in tanti - dice - quell'articolo sul Corriere che se la prendeva anche con mio fratello. Non ricordano però la seconda puntata. E cioè che Sciascia e Paolo si incontrarono qualche tempo dopo a Marsala e pranzarono insieme. Mio fratello era rimasto di sale all'accusa di essere uno che faceva carriera combattendo la mafia. Ricordo il suo dolore. Si spiegarono. Sciascia, che era stato male informato, capì. E si rammaricò».
In effetti Sciascia e Paolo Borsellino si incontrarono a Marsala per iniziativa di quel sindaco e di amici comuni un anno dopo la pubblicazione dell'articolo sul Corriere (l'incontro è del 27 gennaio 1988, l'articolo uscì il 10 gennaio dell'87) e lo stesso giudice aveva avuto modo di raccontare con più precisione come erano andate le cose in occasione di un convegno a Racalmuto dopo la morte di Sciascia (luglio '91): «Scontro tra me e Sciascia non ve ne fu. Intanto perché io stetti silenzioso, anzi colsi l'occasione subito dopo per indicare in Sciascia la persona che aveva estrema importanza nella mia formazione e anche nella mia sensibilità antimafia», e quanto all'incontro di Marsala «Sciascia ebbe la gradevolezza di darmi una interpretazione autentica del suo pensiero che mi fece subito riflettere sul fatto che quella sua uscita mirava a ben altro». E a cosa mirasse l'aveva spiegato lo stesso Sciascia anche prima, molto prima di avere l'occasione di incontrare Paolo Borsellino, e immediatamente dopo la pubblicazione dell'articolo del Corriere con una lettera all'Espresso il 25 gennaio dell'87: «È chiarissimo nel mio articolo pubblicato sul Corriere il 10 gennaio che non del fatto che fosse stato promosso il giudice Borsellino mi allarmavo, ma del modo: e invece eccoli in molti, anche tra quelli che condividono la sostanza del mio articolo, ad accusarmi di avere attaccato il Borsellino. Ma quando ho scritto l'articolo, io nulla sapevo di lui, della sua capacità, dei suoi metodi e meriti... Ora sul giudice Borsellino so un po' di più; ma il punto della questione non era e non è la sua persona, ma quello che intorno alla sua nomina si legge nell'estratto dei verbali del Consiglio superiore della magistratura, dove a un certo punto si coglie questa perla: che il dottor Alcamo (l'altro magistrato aspirante al posto di procuratore della Repubblica di Marsala) non poteva essere preso in considerazione per la “lacuna” di non essere mai stato investito di processi di stampo mafioso: lacuna a lui assolutamente non imputabile, non potendosi pretendere che egli pietisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti. E si postula dunque, che i processi di stampo mafioso sono quelli che fanno andare su un magistrato e che si può arrivare anche a “pietirli”. Brutta e allarmante parola, per chi ha un'idea piuttosto alta, piuttosto nobile, dell'amministrazione della giustizia».
Ma in questa storia c'è chi, oltre a deformare le parole di Sciascia, deforma anche il ricordo delle parole di Borsellino, il quale il 25 giugno del 1992 nel rievocare alla biblioteca comunale di Palermo la strage di Capaci e la morte del suo amico Falcone ebbe a dire: «...il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire il primo gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, l'anno dell'articolo del Corriere...». Parole forti, e giustificabili solo con la disperazione di Borsellino per quella strage che già gli faceva presentire la sua, che seguirà dopo due mesi («È già arrivato in Sicilia il tritolo che servirà ad uccidermi...»), ma che vengono sbrigativamente sintetizzate e deformate dai giustizialisti sostenitori di Rita Borsellino nello slogan: «Fu con l'articolo di Sciascia che Falcone cominciò a morire...». Uno slogan ignobile, che non solo non corrisponde alla lettera dell'invettiva di Borsellino, che indica chiaramente nella magistratura chi «ha più colpe d'ogni altro», ma contraddice ciò che lo stesso Borsellino ha raccontato delle sue reazioni immediate all'articolo di Sciascia («colsi l'occasione per indicare in Sciascia...), come fece anche Falcone («È Sciascia che ci ha insegnato a capire la mafia...»).
Quando cominciò a morire, lo racconta lo stesso Falcone quando fu trascinato dinanzi alla commissione disciplinare del consiglio superiore della magistratura da Leoluca Orlando che lo accusava di nascondere «le carte nel cassetto» per non incriminare Giulio Andreotti: «Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura...».
Mancavano sette mesi alla strage di Capaci. E appena una settimana prima Falcone confida a un suo amico magistrato: «Mi insozzano, poi spareranno... Mi stanno delegittimando. È il primo passo. Cosa Nostra fa sempre così: prima insozza la vittima e poi la fa fuori. Questa volta mi ammazzano davvero...». Rita Borsellino, quando qualcuno le rimprovera di festeggiare la vittoria alle primarie con il più fanatico dei suoi sostenitori, quel Leoluca Orlando che fu il più accanito denigratore di Falcone, risponde: «Certo, ci furono delle incomprensioni...».
Spunterà in tempo uno Sciascia del 2000 per scongiurare una nuova stagione dell'orlandismo e del giustizialismo antimafia?
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