Il ritorno di Lippi: "Non voglio stare a casa Conte? E' un capitano"

L'allenatore si gode le vacanze in attesa di una chiamata da qualche federazione: "Non mi va di trascorrere un altro inverno a casa" E sulla coppa America: "Ha dimostrato che Messi, da solo, non basta. Abbiamo
giovani di valore: all’estero giocano, qui finiscono in B"

Caro Lippi, è pronto per tornare nella mischia?
«Prontissimo. L’ho già detto e ripetuto: non mi va di trascorrere un altro inverno a casa».

Italia o estero?
«Anche qui tocca ripetersi: niente più Italia e non per un qualche pre-giudizio sul calcio italiano ma solo perché considero esaurito il mio ciclo sulla panchina di un club. L’estero è la mia prossima destinazione. Qualche mese fa sono stato vicinissimo alla panchina dell’Ucraina, poi la trattativa non è andata in porto. A ottobre ne riparleremo».

Perché, scusi ad ottobre? Ha già un appuntamento?
«No, è un semplice calcolo. Entro quella data si saranno virtualmente concluse le qualificazioni per l’europeo, con relativi verdetti. Ci saranno nazionali che si preparano al torneo e altre invece destinate a rinnovarsi. Per quella data mi farò trovare pronto: sarebbe bello avere a disposizione un biennio per preparare il mondiale brasiliano».

Il suo nome è circolato anche per la successione a Baptista dell’Argentina…
«Da quelle parti preferiscono un ct che conosca il loro calcio».

Dica la verità, Marcello: che cosa le è mancato in questi mesi?
«Il lavoro e perciò il rapporto, quotidiano, con il gruppo di collaboratori con i quali sono stato a contatto per tanti anni. Non parlo solo dei calciatori, mi riferisco allo staff medico, ai magazzinieri, ai dirigenti».

Nel frattempo ha colto qualche cambiamento in giro?
«No. Anzi ho trovato la conferma solenne a una mia teoria: e cioè che i talenti, da soli, nel calcio moderno non bastano se non ricevono il supporto della squadra, del gioco e dell’organizzazione».

Ogni riferimento alla coppa America è voluto…
«Certo. E chiamare in causa Argentina e Brasile mi sembra scontato. Molti han parlato di fallimento, io mi fermerei alla soglia della delusione anche perché ho memoria sufficiente per ricordare che pure al mondiale in sud Africa sia Argentina che Brasile non hanno stregato l’occhio. Ho visto due nazionali che non hanno mai dato l’impressione di squadre compatte, capaci di esprimere gioco difensivo oltre che offensivo».

Il simbolo della doppia vita è Messi, decisivo col Barcellona, ininfluente con l’Argentina…
«Appunto. Si può discutere il talento immenso di Messi? È il calciatore numero uno al mondo. Ma nel Barcellona, dove tutto è registrato a puntino, dove se perdono palla la riconquistano in 10 secondi, può marcare la differenza. Nella Seleccion, invece no».

Ha preso qualche appunto nel seguire le prove del Brasile?
«Ero curioso di vedere all’opera Ganso: ne hanno parlato così tanto. Ha una cadenza lenta, ha classe e quindi qualità ma sono stato attirato da un altro giovanotto in maglia verde-oro, Neymar. Ha colpi straordinari ed è già parecchio furbo a giudicare dalle modalità con cui si è procurato qualche rigore».

Dalle nostre parti, tre allenatori stanno conquistando la scena: sono i debutti inseguiti da grande curiosità. Cominciamo da Luis Enrique…
«È una bella scommessa della Roma, che suscita grande aspettativa. Lo spagnolo ha introdotto novità nella preparazione, nella mentalità e nella costruzione tattica della squadra: non lo perderò di vista. Tutti e tre i nuovi hanno un grande vantaggio da sfruttare: il mercato non è ancora concluso e loro nel frattempo, a fari spenti, possono lavorare su tutto il resto che conta più del singolo. Mi riferisco allo spirito di squadra, alla filosofia del gioco che è poi la prima pietra su cui fondare qualcosa di importante».

Antonio Conte è uno di quelli che lavora sodo a organico incompleto…
«Appunto. Antonio ha il timbro del capitano, del trascinatore, incarna la ricerca della juventinità, caratteristica dispersa negli ultimi anni. Per capirsi lui sta preparando la torta: poi sarà più facile guarnirla con una ciliegina».

E Gasperini?
«Lo conosco bene, io. Ho lavorato con lui a Torino e non in modo tradizionale. Durante i ritiri, avevo l’abitudine di convocare 7-8 esponenti della primavera con il loro tecnico al seguito per avere ragazzi pronti per le esercitazioni che poi si allenavano col loro allenatore. È molto colto e ha una capacità rara: sa trasmettere le sue conoscenze. È un po’ come a scuola. Non tutti i docenti hanno questa qualità fondamentale: alcuni sono anche bravi, colti ma risultano incapaci di trasmettere sapere. Basta vedere come sta lavorando con Sneijder per convincerlo a cambiare posizione. Ho stima di lui perché il suo Genoa ha giocato un calcio tra i migliori».

Mancano all’appello Milan e Napoli…
«Mazzarri e Allegri partono in vantaggio rispetto alla concorrenza. Uno lavora a Napoli da 3 anni, l’altro ha alle spalle lo scudetto. Da quello che capisco, poi, ho l’impressione che Galliani non si tirerà indietro per realizzare un gran colpo».

A un anno dall’incarico di Prandelli, lo promuove o lo rimanda a settembre?
«Promosso a pieni voti: la qualificazione è cosa fatta e colgo in questo gruppo alcune analogie elettive col mio gruppo del 2006».

Solo Balotelli e Cassano, per diversi motivi, sono rimasti sotto la sufficienza…
«Per motivi di opportunità mi astengo dalla risposta».

Non sente un odore acre a proposito della rivalità tra Inter e Juve accentuata dalla mancata revoca dello scudetto?
«Più che dalla Juve leggo e noto una gran voglia di chiarezza da parte di altri presidenti. Non entro nel merito della questione: dico solo che sarebbe auspicabile un clima più sereno prima dell’inizio della stagione per evitare che le polemiche di questi giorni possano sfociare in qualcosa di negativo».

Quando era ct pronosticò un futuro roseo di una generazione di calciatori utilizzata nel settore giovanile: dobbiamo fidarci?
«Ne ho parlato con Ciro Ferrara, di recente. La sua under ha affrontato i pari età inglesi. Sapete la differenza più vistosa? Da quella parte c’erano ragazzi che avevano molte presenze in Premier league, dalla nostra c’erano titolari in serie B e serie C».

C’è una riforma regolamentare che vorrebbe ritrovare il giorno in cui tornerà nel calcio attivo?
«L’abolizione della norma che prevede, per il portiere che procura un rigore contro, il castigo del penalty aggiunto al cartellino rosso e all’espulsione per il turno successivo. Quando è troppo, è troppo».