Ritorno al proporzionale: accordo nel centrodestra

Il testo preparato dai «tecnici» della Casa delle libertà abolisce i collegi uninominali e introduce il premio di maggioranza

Fabrizio de Feo

da Roma

La partita per il ritorno al proporzionale, giudicata decisiva per le sorti della maggioranza, è ancora tutta da giocare. Ma perlomeno a livello tecnico la quadratura del cerchio è ormai cosa fatta. Gli sherpa della Casa delle libertà, infatti, dopo una riunione andata in scena ieri al ministero delle Riforme, sono ormai pronti a chiudere un accordo entro le 18 di oggi, prima cioè che scadano i termini per la presentazione degli emendamenti in commissione Affari costituzionali.
La base su cui si discute è un ritorno a un proporzionale pieno con premio di maggioranza e sbarramento. Un obiettivo da raggiungere attraverso un emendamento al testo redatto da Donato Bruno a cui sta lavorando una squadra composta dal vicecoordinatore azzurro Fabrizio Cicchitto, il responsabile Enti locali di Forza Italia Mario Valducci, Stefano Graziano, saggio della legge elettorale dell’Udc, Vincenzo Nespoli, esperto di An e Peppino Calderisi di Forza Italia. L’orientamento, una volta accantonata l’ipotesi cara a Graziano (ovvero l’equiparazione tra i collegi della Camera e quelli del Senato), è quello di procedere nel solco di un’altra proposta: quella siglata da Calderoli e Valducci. Un meccanismo che prevede l’eliminazione dei collegi uninominali maggioritari e l’attribuzione di tutti i seggi con il sistema proporzionale, per metà attraverso il meccanismo delle preferenze e per metà sulla base di liste bloccate. Il tutto accompagnato da un premio di maggioranza a salvaguardia del bipolarismo e della governabilità.
«Il meccanismo di proporzionale con premio di maggioranza - spiega nel dettaglio un tecnico di Fi - è molto semplice: i partiti si coalizzano tra loro e si presentano alla Camera e al Senato. Se la coalizione vincitrice ottiene più del 55% non c’è premio di maggioranza. Altrimenti gli viene assegnato un premio di maggioranza pari alla percentuale necessaria per arrivare al 55%, quota che garantisce la governabilità. I seggi, invece, verranno attribuiti per metà con il sistema delle preferenze per metà con liste bloccate».
I saggi, a questo punto, torneranno a incontrarsi oggi per sciogliere gli ultimi nodi, come ad esempio l’entità dello sbarramento che comunque non dovrebbe superare il 4%. Quanto al collegamento tra il voto sulla riforma della legge elettorale e la devoluzione, Vincenzo Nespoli è categorico: «Le due cose non vanno insieme. Sulla devoluzione c’è già stato un voto su un impianto condiviso dalla maggioranza, altro discorso è quello della legge elettorale». Certo, osserva, «l’ordine dei lavori dipende anche da Casini». Proprio l’Udc, nei giorni scorsi, aveva chiesto e ottenuto la riapertura dei termini per la presentazione degli emendamenti al testo base. L’opposizione non si era mostrata contraria in via di principio, a patto però che slittasse anche l’esame da parte dell’aula di Montecitorio previsto per il 20 settembre. Al no della maggioranza su questo punto, l’opposizione ha votato contro, in sede di ufficio di presidenza, sulla riapertura dei termini. Ora è scontro aperto e l’opposizione ha deciso di presentare il maggior numero possibile di emendamenti.
«Puntiamo ad arrivare a quota 300 - spiega il ds Carlo Leoni - anche se non è semplice, perché il testo Bruno è breve, scarno». L’obiettivo è arrivare a quota 300 per rallentare l’iter del provvedimento. «Ds e Margherita - spiega Leoni - sono per il maggioritario mentre altre forze dell’opposizione non sono contrarie a correzioni in senso proporzionale. Tutti, però, siamo assolutamente d’accordo sul fatto che sia sbagliato cambiare le regole a pochi mesi dal voto. L’Udc sperava di trovare una sponda nell’opposizione, ma questa sponda non c’è e non ci sarà». La Cdl, però, è pronta a procedere da sola e a tentare il tutto per tutto con la roulette russa del voto segreto. Una prova d’aula ad alto rischio visto che i franchi tiratori stanno già affilando le armi.