Il ritorno del Senatùr nelle piazze e in tv

Il leader del Carroccio riprende il tour in tutto il nord e martedì andrà a "Porta a Porta" quattro anni dopo la malattia. Maroni: "I giovani apprezzano chi lotta, combatte e vince"

Roma - «È tornato quello di un tempo...», vanno dicendo ormai da settimane a via Bellerio e in tutte le valli del Nord dove l'Umberto ha ricominciato a fare capolino per comizi, feste e lunghe serate in pizzeria tra i militanti. Eppure, a dire il vero, è un po' fargli torto raccontare di un Bossi che brandisce ancora la spada dell'Alberto da Giussano come se il tempo non fosse passato e il fisico non portasse più le cicatrici di quel malanno che l'ha fatto stare per un mese tra la vita e la morte.

Bossi è tornato, certo. Perché la campagna elettorale è per lui un tonico straordinario e perché, ebbe a dire Giuseppe Leoni che sbarcò con lui in Parlamento nel lontano 1987, «per Umberto la migliore medicina è la politica». «Il suo elisir di lunga vita», spiega oggi Roberto Maroni. D'altra parte, proprio nei giorni più neri subito dopo la convalescenza, contro i consigli della moglie Manuela e tra le perplessità non dette di molti dirigenti della Lega, il Senatùr scelse di tornare subito in mezzo alla sua gente. Prima affacciandosi a qualche festa nei dintorni di Varese accompagnato da Rosy Mauro e dal sempre presente Maurizio, poi prendendo pian piano confidenza e tornando anche ai comizi. Che oggi sia ancora in pista, dunque, non stupisce. Se non per l'intensità, visto che quello che davvero ha ricominciato a fare Bossi è macinare chilometri per il Nord: due comizi giovedì (a Alessandria e Domodossola), due venerdì (Seveso e Monza), due sabato (Luino e Locarno), due domenica (Reggio Emilia e Piacenza) e via a seguire. Con un'altra costante rispetto agli anni d'oro: i suoi immancabili ritardi, a volte anche di ore. Di sicuro, si farà aspettare un bel po' anche sabato, quando la Lega tornerà in massa sul «sacro prato» per il consueto appuntamento di Pontida.

E tanto ha di nuovo preso confidenza con la politica - e pure con il suo fisico che nell'ultimo anno ha fatto progressi straordinari - che Bossi si è pure deciso a tornare in tv. Non a TelePadania, garantito da interviste registrate e preconfezionate, né in collegamento da via Bellerio come fece tempo fa con «Porta a Porta». Ma in studio, ancora una volta da Bruno Vespa, dove solo qualche giorno prima del malore si ritrovò con Clemente Mastella a intonare Maruzzella. Era il 6 marzo del 2004, esattamente quattro anni fa. Martedì Bossi sarà di nuovo lì, insieme ad altri tre ospiti. Come ai vecchi tempi, o quasi.
Già, perché in verità il Senatùr di oggi non è affatto quello di allora. Manca l'enfasi del guerriero, mancano le frasi a effetto che sfondano sulle prime pagine dei giornali e gli affondi urlati. La Lega «non ce l'ha più duro», verrebbe da dire. E invece, stando ai sondaggi che danno il Carroccio in decisa salita, il Bossi di oggi è ugualmente efficace. Forse anche perché lo spadone dell'Alberto da Giussano mal si adatterebbe all'uomo che porta con sé i segni della malattia. «Con un coraggio che tutti gli riconoscono», per dirla con le parole di Maroni, tanto che più di ieri (quando la sua era l'immagine del guerriero anti-sistema e quando aveva comunque dieci anni di meno) i giovani si sentono vicini alla Lega. Il 15% del totale su base nazionale stanno con il Carroccio, diceva giorni fa Renato Mannheimer. Perché, spiega Maroni, «sono i giovani i primi ad apprezzare il coraggio di chi, nonostante la malattia, lotta, combatte e vince». Insomma, che Bossi oggi sia un guerriero è nei fatti, non tanto nelle parole.

E se è cambiato lo stile, non sono venuti meno gli argomenti. Non mancano, per esempio, le punzecchiature al Cavaliere. «Pensa troppo alla forma e al colore della cravatta», diceva qualche giorno fa. E pure sul confronto tv con Walter Veltroni non si è tirato indietro: «Silvio sbaglia. Il faccia a faccia lo deve fare e convincere gli indecisi». Così sulla questione del voto amministrativo agli immigrati, lanciata da Gianfranco Fini e sulla quale Berlusconi ha preferito non chiudere con un «valuteremo», non ha avuto alcun cedimento con un eloquente «ma siamo pazzi...». Insomma, chiosa Maroni, «come il buon vino, migliora invecchiando».