Il ritorno del Senatùr a Roma «ladrona»: sciogliere le Camere

Bossi nella Capitale per la seconda volta dopo la malattia. La battuta: «Se serve porto un milione di doppiette» Cena in trattoria con il Cavaliere

da Roma

L’ultima volta era stato nel novembre del 2005 per il voto sulla devoluzione in Senato. Con Umberto Bossi a presenziare dalla tribuna riservata agli ospiti illustri insieme alla moglie Manuela e ai tre figli, tutti ad ammirare come piccole vedette lombarde una giornata che i leghisti avrebbero voluto consegnare alla storia. Politicamente, una vita fa. Perché a spazzare la riforma federale ci ha pensato il referendum e perché quei 23.700 voti di differenza che hanno consegnato Palazzo Chigi a Romano Prodi hanno cambiato il corso delle cose.
Ma il Senatùr, nonostante i postumi della malattia, gli alti e i bassi, ha sempre continuato a tirar dritto. Facendosi beffe di tutti, pure di chi aveva a più riprese pronosticato una Lega sull’orlo del baratro o, parliamo dei più ottimisti, un partito destinato a implodere vittima del dualismo tra i due Roberti (Calderoli e Maroni). E invece no. A un anno e mezzo da quella due giorni romana, ospite ai Parioli in casa di Aldo Brancher, Bossi pare iniziare a prenderci gusto. Così, ieri s’è ripresentato nell’odiata Roma «ladrona» per la seconda volta da quell’11 marzo del 2004 che lo lasciò per un mese e passa appeso tra la vita e la morte. E questa volta sistemandosi in un comodo albergo in via Nazionale che lì, spiega Brancher, «c’è l’aria condizionata».
Ancora una volta, però, come accadde nei giorni del voto sulla devoluzione quando andò a far visita al suo ministero delle Riforme che aveva lasciato in eredità a Calderoli, con il Quirinale non è stato un confronto facile. In quell’occasione ci fu la gaffe della telefonata con Ciampi, «serena» disse il Senatùr lasciando largo Chigi ma che «non risulta» fece sapere a stretto giro il Colle. Con chiarimento finale a tarda sera, quando Bossi chiamò davvero, ma per scusarsi. Niente di tutto questo con Giorgio Napolitano, anche se nel colloquio al Quirinale più volte il Senatùr s’è morso le labbra per evitare di trascendere il bon ton istituzionale. Perché per Bossi, l’unica vera richiesta era quella di «sciogliere le Camere subito». Non lo dice nella conferenza stampa che segue la visita al Colle, ma sbotta pochi secondi dopo a microfoni spenti: «Certo che abbiamo chiesto le elezioni. Sopra il Po la gente non ne può più, questo governo sta scatenando l’ira dei cittadini...».
D’altra parte, sia nelle sortite a via Bellerio sia al telefono con i suoi colonnelli, più d’una volta nei giorni scorsi il leader del Carroccio si era lasciato scappare la battuta: «Se serve, sono pronto a portare a Roma un milione di doppiette...». Un concetto che gli è piuttosto caro se già negli anni del celodurismo il Senatùr aveva detto che nelle valli della Padania c’erano centinaia di fucili pronti a combattere per la secessione. E con i suoi sul punto è tornato pure ieri dopo la conferenza stampa. Alla quale si è presentato «elegantissimo». Anche se, chiosava Berlusconi, «con la cravatta di un verde un po’ smunto...».
La passeggiata romana del Senatùr si chiuderà oggi pomeriggio, con un incontro con l’ambasciatore statunitense Ronald Spogli a via Veneto. Ieri è finita a tarda sera in un ristorante di via dell’Orso («ci veniamo dal ’92, Umberto aveva preso casa qui sopra», racconta a tarda notte Calderoli), dove ha cenato con deputati e senatori, ospite d’onore il Cavaliere. Dopo essere iniziata poco dopo l’ora di pranzo, quando, con il sempre presente Maurizio e Rosy Mauro, Bossi è atterrato all’aeroporto di Ciampino sul Falcon a sette posti messogli a disposizione da Berlusconi.