Il ritorno di Totti è un colpo di spugna sui guai della Roma

CANNONIERE Tre gol al Bari dopo un’assenza di 49 giorni: il capitano ricuce il suo amore con la città. Ranieri: «Uno come lui cambia la vita»

di Tony Damascelli

Francesco Totti: presente. È tornato, come sa, come può, come deve. Tre gol, ahimè, alla Bari che, fino a ieri pomeriggio, era la squadra più in forma del giro, tre gol potenti e prepotenti, roba fine del suo repertorio, tre gol che fanno numero, risultato, punti, cronaca e anche storia. Perché quello che fa Totti non è mai un asterisco, mai nota a margine. Che si tratti di un pollice in bocca, di uno sputo in faccia, di una barzelletta, di un cucchiaio, di una gamba ferita, di una moglie bellissima, di due figli dal nome improbabile, di una serie di irresistibili spot televisivi, di una romanità che gli appartiene ormai più del Cupolone e di Trinità dei Monti.
Tre gol sono un segnale che, come diceva Michel Platini, «chi sa sa e chi non sa non saprà mai». Totti sapeva, sa e saprà. Ho detto Platini apposta perché per l’ex juventino vincitore di tre Palloni d’oro, Francesco Totti da anni è il miglior calciatore italiano e tra i migliori d’Europa anche se la sua visibilità continentale è stata ed è ancora limitata dai risultati della squadra di appartenenza. Se Totti avesse accettato le offerte di altri club, oggi sarebbe indiscutibilmente il trequartista più celebrato da tutti i giornali e le televisioni europee, se giocasse nel Manchester United, nel Real Madrid o nel Barcellona, per dire a caso, senza citare il Milan o la Juventus, la sua carriera sarebbe stata ricompensata da riconoscimenti personali e di club più significativi. Si dirà: tre gol al Bari sono una cosetta facile facile. Ma fino alla scorsa settimana Totti era un’ipotesi e la Roma alla ricerca di se stessa, Claudio Ranieri, che ha allenato gente di razza nelle ultime stagioni, tra Valencia, Chelsea e Juventus, ha ribadito che uno come Totti cambia la vita a chiunque, figuratevi a una squadra piena di guai come la Roma di quest’anno. Monumentale è l’aggettivo giusto per il capitano della Roma. Monumentale e infantile nelle sue posture dopo un gol, un dito in bocca e l’altra mano levata al cielo come un eroe sul piedistallo, lungo i Fori Imperiali. Due mesi fa sembrava la fine di un amore eterno, come la città: Totti aveva celebrato i due gol alla Fiorentina, lanciando la maglietta verso la Sud, qualche anima ribelle gli aveva restituito il dono. Il capitano saltò l’intervista come migliore in campo, delegò De Rossi, sembrava l’inizio della fine. Epilogo impossibile.
Totti è Roma, non soltanto la Roma. Totti è quello che vediamo ma non sappiamo completamente. Due segni della croce prima di andare in campo, la felicità di uno sguardo dei due figli, l’impegno non esibito nel sociale, due soli vocali nel suo tottilario «a-o», mille modi di giocare il pallone, di interno, d’esterno, di tacco, di forza, di stile non di eleganza, un filo di seta, una frusta di cuoio. Dice, nel suo ultimo carosello pubblicitario, che il dieci fa parte da sempre della sua vita. Spero che il prossimo anno serva a lui e ai tifosi italiani per recuperare un campione in nazionale. È il duemila e dieci o no?