Il ritratto Diventò americano più degli americani

Con indosso lo smoking non era lo stesso. Sembrava un produttore, di quelli uguali a tanti altri, in America o a Parigi e altrove. Infatti lo era, lo è stato. Grandioso. Quando si presentava in maglione e inarcava, come un diavolo, le sopracciglia, sembrava di nuovo il figlio di Rosario Aurelio, pastaio, al civico ventidue di via Mazzini a Torre Annunziata. Il suo angloamericano era perfetto nei termini e nella grammatica ma un buffo broccolino nella pronuncia. Spesso chi gli stava di fronte, attori e registi di quel Paese illuminato dalla Statua della Libertà, non capiva nulla di quelle parole, ne intuiva, infine, il significato, dal gesticolare e dal dire brusco, inasprito dal tono.
Dino De Laurentiis è stato un uomo senz’età, di quelli che nascono già maturi e muoiono ancora bambini. In mezzo c’è stata un’esistenza a colori e in bianco e nero, segnata da pellicole memorabili e da qualche prodotto inferiore, dai dollari colossali, da scene maestose e interpreti storici ma, poi, dal terribile dolore di Federico, il figlio che scomparve in un incidente aereo, il fotogramma non previsto, la tragedia e la fine di un film senza copione.
«La simpatia è uno sguardo», aveva detto De Laurentiis, per spiegare la chiave dei suoi incontri e delle sue scelte. Lo avevano definito un seduttore di uomini, era il suo distintivo in mezzo a quel mondo di incantatori e sciupafemmine. Il suo vernacolo in broccolino gli aveva fatto inventare gli «spaghetti breakfast», preferiti da Charles Bronson, per lui preparati, conditi e saltati in padella dallo stesso Dino, travestito da chef. In verità non si trattava di alcun piatto goloso ma della memoria d’infanzia, la pasta avanzata dal giorno prima, quindi riscaldata e ripresentata a tavola da Giuseppina, la moglie di Rosario Aurelio, la madre di Dino, battezzato Agostino. Per gli yankee abituati ai pop corn e al tomato ketch up, quella era comunque roba di grandissima cucina, per di più servita, in persona, da mister «how much?», «quanto costi?».
L’emigrante milionario è una sceneggiatura che affascina da sempre, è una storia che non finirà mai, raccontata come favola ma vissuta veramente.
Disse di lui, il suo sceneggiatore preferito, Rodolfo Sonego: «Dino De Laurentiis era certamente il produttore italiano che più si uniformava alla mentalità americana. Ma commise un errore, uniformandoci troppo, facendo l’americano più americano degli americani. La sua fortuna laggiù l’aveva fatta con i film italiani», la memoria è raccolta e trascritta nel libro intervista Il cinema secondo Sonego di Tatti Sanguineti.
Non viveva di nostalgie, De Laurentiis, anche se aveva espresso il desiderio di rivedere, al prossimo compleanno, Torre Annunziata: «La nostalgia è di quelli che non hanno i soldi per comprare il biglietto di ritorno». Aveva messo da parte quei soldi. Non potrà acquistare il biglietto. Il film è finito.