Ritratto inedito di rockstar Firmato: Martin Scorsese

Presentato «No direction home: Bob Dylan», tre ore e mezzo di immagini inedite, che uscirà in dvd

Paolo Giordano

nostro inviato a Bologna

Allora per favore non chiamatelo più «il menestrello di Duluth», non coccolatelo più come il poeta di una generazione o due, insomma lasciatelo stare. Cinque anni fa Bob Dylan è andato a casa di Martin Scorsese (stessa età, stessi guizzi onnivori, stesso nomadismo intellettuale) perché ormai soffocato dalle etichette. Anzi, non c’è andato lui, ha mandato Jeff Rosen, che è stato il suo manager per vent’anni e lo aveva intervistato per cinque giorni di fila con una telecamera. Ecco, caro Scorsese, qui c’è la videocassetta ideale per farmi smettere i panni del menestrello honoris causa. Il regista ha ricamato, recuperando filmati inediti, testimonianze di vecchi amici e poi: missione compiuta. No direction home: Bob Dylan (letteralmente, Non vado a casa: Bob Dylan) è la destrutturazione del mito Dylan ossia la sublimazione di un poeta con il clamoroso istinto giornalistico di cogliere il momento e coniare slogan di impatto epocale. È insomma la monumentale (tre ore e mezzo) apologia critica di una generazione che è partita per cambiare il mondo ma che quarant’anni dopo fatica ancora a spiegare cos’era. Oddio, succede a tutti però fa sorridere ritrovarsi davanti il sessantaquattrenne Bob Dylan, ormai ieratico e accartocciato, il Dylan che ha cantato di fianco a Martin Luther King a Washington nel ’63, mentre ora spiega che «a Hibbing nel Minnesota (dove si era trasferito a sei anni da Duluth - ndr) faceva così freddo che non si poteva essere ribelli». Oppure vedere Joan Baez, col volto di una zia serena lei che è stata la sua compagna d’arte e di letto, sedersi davanti a un borghesissimo caminetto, mentre ricorda che «Bob mi diceva: non so che cosa ho scritto, bisogna aspettare che me lo dicano gli altri». E anche in sala, qui al Teatro Cinema Medica (dove c’era anche Ermanno Olmi), i brusii compiaciuti si sono levati solo quando sullo schermo correva il Dylan maestro d’armi, quando cantava Masters of war o disastrava genialmente i suoi capolavori sul palco. Ma il Dylan apostata è ancora difficile da accettare e, se proprio si deve, lo si fa in silenzio. «Hard rain’s a gonna fall è una canzone contro la bomba atomica? Molti lo pensano, ma non è così». Silenzio. Persino lui ora ripete con disillusione che, quando arrivò a New York all’inizio dei Sessanta, «tutti gli artisti avevano negli occhi una luce come a dire: io so qualcosa che voi non sapete. Ecco io volevo essere come loro». In realtà è stato molto di più, e molto diverso. Perciò No direction home: Bob Dylan racconta la sua vita fino al 1966, fino all’incidente in moto che lo levò dai palchi per otto anni, e celebra perciò il misunderstanding, l’equivoco di un ragazzo vorace di musica, di una spugna assorbente con la sensibilissima capacità di arrivare prima degli altri, di non fare il capobranco ma di volare più alto, di capire che «la risposta soffia nel vento» perché è quella che tutti aspettano anche se ancora non lo sanno. Insomma, il docu-Dylan lo racconta dai concerti con John Lee Hooker a New York nel ’61 fino a quando, a un giornalista italiano cinque anni più tardi, fa intuire di esser pronto a girar pagina. Sono gli anni decisivi, l’ascesi e la trasformazione di un megafono generazionale, dai concertini al Village al disorientamento della gente del Festival di Newport o alla contestazione della Free Trade Hall di Manchester, dove il pubblico accolse la sua svolta elettrica al grido di «Giuda, traditore». Scorsese ha indugiato molto su questo passaggio, sulle parole dei fans che si trovarono di fronte «una pop band» e la rifiutarono perché troppo forte era, allora, la voglia di ascoltare quel «vento» e la paura di averlo perso per sempre. Il beat. La rivoluzione culturale. Kerouac e Ferlinghetti. Mai più si è ripetuta una così sublime dichiarazione d’amore del pubblico. Oggi, poi, sarebbe impensabile: ci sono eroi da classifica che cambiano pelle nella più totale indifferenza. Forse accade perché nessuno ripete più «non sono mai stato quel tipo di artista che vuole essere come il suo pubblico». Bob Dylan spesso vuole essere addirittura il contrario, che è il pregio degli artisti assoluti, infantilmente impauriti persino dallo spettro dell’omologazione. E così ancora adesso, che è nel bel mezzo del suo «Neverending Tour», la tournée che non finisce mai, Bob Dylan stravolge le sue canzoni più famose o addirittura le nasconde, le elimina dalla scaletta, perché segue - come ha detto Scorsese – «il battito dei suoi occhi». E mica si può mettere un confine allo sguardo, insomma. E che la rifondazione di Bob Dylan sia ormai sotto la pelle di tutti, persino del pubblico più giovane, lo ha anticipato qualche settimana fa l’acclamazione di Like a rolling stone come canzone del secolo. Ma ora lo conferma la classifica degli artisti più chic del momento pubblicata dall’inglese New Musical Express: a sorpresa Bob Dylan è al nono posto. Tutti gli altri, da Pete Doherty a Liam Gallagher, hanno meno di trent’anni e non erano neppure nati quando un ragazzetto di provincia, con le spalle spioventi e la voce nasale, faceva commuovere Allen Ginzberg in un fumoso caffè di New York, così, senza sapere perché.