Ritratto di una natura morta

Per accentuata rassomiglianza regale e specifico physique du rôle da «grand commis», Giorgio Napolitano è ineccepibile per il ruolo della più alta carica dello Stato. Non che il resto gli manchi, ma certo la materia è meno circoscritta e più condivisa. Ha sempre fatto quel che s'attendeva da lui e lo ha fatto con zelo, suscitando mai curiosità ma sempre sicurezza, diligenza ed ovvietà. Sembra nato non per stupire, ma per chetare costi quel che costi. Attualmente è il designato non di piccola bandiera, ma di stendardo, di corporazione, di reggimento, d'armata: di quelli che ubbidiscono tacendo e zittendo interpretando senza inventare ma soltanto adeguandosi senza una parola né calda né fredda. È nato per ubbidire senza discutere, per seguire qualcuno senza battere ciglio: sia D'Alema che qualche altro energico capobastone. Non ha spirito d'intraprendenza né di fantasia, né di personalismo, né di invenzione, né di scoperta, ma soltanto d'acquiescenza e di triste arrendevolezza. Non è il ritratto d'un uomo pur sempre nobile, ma una natura morta senza preziosi cartigli o volute d'acanto magnifiche e decorative. Mi scuso per tanta violenza sedativa, tanto fuoco sepolto, tanta cenere sotto la cinigia, brace spenta con ritagli di fiammelle.
Infatti questo è il carattere della persona. Se è questo che volete, ed è molto, l'avrete, se a questo mirate potrete raggiungerlo. Se cercate invece un colpo d'ala, una spinta per progredire, un guizzo per emergere, pensate a un altro, disamoratevi del personaggio. Volate più in alto, se potete, siate un altro Icaro. Non è detto che per acquietare occorra sempre dir di sì, ritirarsi senza combattere, cedere senza spendersi. Intendiamoci, Napolitano non ha detto e non dice sempre sì. Egli è stato ed è un combattente unicamente per il suo partito o per i suoi capi del momento, da Giorgio Amendola a Emilio Sereni.
Mi ricordo quando lo conoscemmo per la prima volta in casa del pittore Paolo Ricci, sulla spianata della stupenda Villa Lucia a strapiombo su Marechiaro. Eravamo molto attenti quella sera Ricci, La Capria, Ghirelli, Patroni Griffi ed io per ascoltarlo in quella serata di gennaio del 1944 quando usciva la nostra rivista che fu chiamata Latitudine e di cui fu affidata a me la direzione. Ci aspettavamo un brano da «Du côté de chez Swann» di Proust, o di Mallarmé, di Lautréamont, di Rimbaud o d'uno come questi. Rimanemmo delusi. Napolitano si mise la mano sul cuore e a noi, infatuati di raffinata poesia francese, centellinò un pezzetto lacrimevole e patetico di un autore dialettale napoletano. Il nostro disincanto fu questo. Esso rimase da allora nel giudizio sul nuovo nostro interlocutore e Paolo Ricci motivò con uno sberleffo sonoro la sua disapprovazione. Napolitano in tutta la sua vita fu né più né meno di questo, un déjà vu, un già visto e sentito, sempre al di sotto delle nostre attese e speranze. C'è chi nasce per infiammare gli animi e farli ardere e c’è chi nasce per addormentarli. Capisco che il momento di oggi non è di voli pindarici, ma almeno di speranze, di coraggio, di conti basati sulla realtà e sulla verità.
Quando nel novembre del 1969 consegnai a Napolitano come mio più vicino amico la mia lettera scritta di solidarietà con il manifesto il suo comportamento non mi stupì. Senza un cenno, una parola o un gesto nel Transatlantico di Montecitorio egli la prese, la scorse e la consegnò a Longo, come una qualsiasi pratica e non la missiva di un vecchissimo compagno in crisi di rottura come me. Caprara in quel momento rompeva con il partito e tutto questo, nonostante gli anni passati militando insieme per circa un trentennio, lo infastidiva, non lo riguardava, anzi, evitando di esporsi, era il modo facile per favorire la mia radiazione. L'affetto non entrava per niente in gioco. Valeva solo l'indifferenza e il distacco.