Un ritratto perfetto dell’indole romana

«Chevvoi scopa?». Prendete una frase un po’ scemotta, mettetela in bocca ad Alberto Sordi e fatela girare a Mario Monicelli: ne esce un capolavoro. «Tu sii giudio e l’antenati tui hanno costruito la croce con cui hanno ammazzzato Gesù Cristo. Potrò esse ancora un po’ incazzato?» si chiede Onofrio marchese del Grillo duca di Bracciano, guardia nobile e cameriere segreto di sua santità Pio VII. Che non vuole pagare il suo conto. E ad Aronne Piperno, che insiste: «Bella la bbuaserì, bella la cassapanca, bella la libbreria, bello tutto, ma io nun te pago. Mo te spiego la procedura -dice il Marchese - Io i soldi nun li caccio e tu nun li becchi. Te ne devi annaaaa».

Il marchese del grillo è un grandioso film romano e sia pur girato in un palazzo Toscano raccoglie grazie a Monicelli il succo dell’indole capitolina. Tutto è raccontato con gli occhi della Roma papalina. Che resta e rimarrà l’unica Roma che ha contato. Certo, poi sono arrivati i Savoia, Porta Pia e il generone: ma si tratta pur sempre dei camerieri o al più dei contabili di Onofrio del Grillo. È una Roma favolosa quella di Monicelli. Fermarsi alla burla e al tono scherzoso è come fermarsi a Sergio Leone pensando che la battuta di Noodles «sono andato a letto presto» sia un frizzo di varietà. No, la Roma di Monicelli è quella che si trova nei meccanici delle traverse di Via Giulia. È la Roma del Caminetto, il ristorante dei Parioli, ma anche di Perilli la trattoria del Testaccio. Il Marchese del Grillo è il buttafuori del Piper e insieme il pariolino che fa la fila con la Ralph Loren. È indolente, ma giocoso. È curioso, ma eternamente stanco. Poche città come Roma, danno un imprinting così forte a chi ci vive. E pochi popoli come i romani assorbono il passo di una città antica. Monicelli ci racconta le gite in carrozza del Marchese tra i fori: le stesse che compiono tutte le mattine i romani tra il traffico e i pizzardoni. Ma anche la sciatteria di una popolazione che è abituata a tutto e che si può allegramente permettere di bruciare i suoi antichi pezzi di antiquariato.

Monicelli ci racconta la nobiltà romana, quella nera, quella vera e il papa: quello secolare. La fame di novità, l’illusione della Parigi napoleonica, ma anche e soprattutto la comodità del proprio palazzetto. «Vuoi Scopa?» si chiede il Gasperino il carbonaro che per una notte ha sostituito il marchese? Potrebbe essere la battuta di uno dei nuovi borgatari strafatti raccontati da Walter Siti. È sempre quella roba là. È come un centralinista che vi risponda esclamando: «Diiiicaa». «Voi scopà», «Diiiicaa», sono la stessa cosa: l’indolente cantilena del romano. Ve le immaginate in bocca ad un milanese? «Io so io, e voi nun sete ’n cazzo» dice il Marchese ad una folla di «plebei» con cui aveva iniziato una rissa. È un piccolo sfregio: Sordi si gira. Lentamente. E maramaldeggia al suo rissoso pubblico. Viene da immaginarlo, così, oggi, Monicelli: «Io so io, e voi nun sete ’n cazzo».