Le rivelazioni di Pietro

Il 2 settembre Pietro Citati, inviperito perché il Papa aveva ricevuto Oriana Fallaci e non lui, tuonava su Repubblica: «Il Papa non è una persona perbene». Pizzicato - da me e da altri - per questa volgarità, ieri sullo stesso giornale ha risposto che lui (bontà sua) non intendeva dire «che Benedetto XVI sia una persona moralmente riprovevole», ma solo che «il cristianesimo non è una morale».
Non sarò io a pensare che Citati abbia tirato il sasso della provocazione, nascondendo poi la mano dietro una risibile ovvietà. Voglio credere alla sua parola. Anche se non spiega le altre intemperanze verbali, quel velenoso trinciare giudizi sommari su tutti, con espressioni eleganti e simpatiche come una rettoscopia.
Pietro Citati è un buon letterato (anche se non un gigante), che potrebbe discutere decentemente di Goethe, Manzoni o Tolstoj. Ma la questione di oggi è la seguente: sulle materie religiose che da tempo tratta in ampie paginate di Repubblica, è un erudito o un orecchiante? Sull'Islam - ad esempio - la sa più lunga di tutti (e può definire «ignorantissima» la Fallaci) oppure pontifica con stupefacente dilettantismo? Ed è mai esistito l'Islam che egli favoleggia?
Per esempio, «il califfato di Cordoba» fu «il luogo più civile della terra» come proclama Citati o uno dei tanti regni islamici dove si martirizzavano cristiani come fa ritenere Camille Eid nel libro «A morte in nome di Allah»? Come giudicare - per dirne una - i 200 benedettini di san Pietro di Cardena massacrati nel 953 per saccheggiare l'abbazia e portare il bottino al califfo? Abbiamo segnalato sul Giornale del 3 settembre anche altre topiche di Citati sul cristianesimo (così a noi sembrano), esposte e bocciate pure dalla Civiltà Cattolica. Ma Citati ieri ha evitato di rispondere nel merito e mi assicura che ha ragione lui: «Malgrado i rilievi di Antonio Socci, confermo tutto riga per riga. Tutto è esatto».
Dovrei credergli sulla parola, perché di argomenti neanche l'ombra.
Ieri infatti doveva aggiungere altre «rivelazioni». Prendiamo i passi più terribili del Corano, quelli dove ci si scaglia sui miscredenti: «decapitateli e mozzate loro le dita... Ammazzateli dovunque li troviate. Assediateli, catturateli. Combatteteli finché non si siano sottomessi». Citati dice di conoscerli, ma li mette sullo stesso piano dell'Apocalisse cristiana. Paragone surreale perché in nessun passo l'Apocalisse invita i cristiani a sgozzare i non credenti, anzi è il libro che celebra la Passione di Cristo e dei suoi martiri innocenti. Esorta a donare con amore la propria vita per Cristo, non a massacrare gli altri.
Ma soprattutto Citati si ostina a ripetere una sua curiosa idea del cristianesimo. Ecco le sue testuali parole: «Nelle prime generazioni cristiane, coesistevano due fedi opposte: che Cristo era il Figlio di Dio incarnato (come pensa Paolo), che era “un grande angelo”, disceso dal cielo in terra. Questa seconda credenza viene ricordata nella Lettera agli Ebrei... si trattava di credenze ugualmente legittime: allora non esisteva il concetto di eresia».
È imbarazzante trovare tanti errori in così poche righe. Innanzitutto a professare che Cristo è il Figlio di Dio non è solo san Paolo, ma tutto il Nuovo Testamento (compresa la Lettera agli Ebrei la quale ripete solennemente che Cristo è «Figlio di Dio, tanto superiore agli angeli...»). È il credo di tutti gli apostoli e di tutta la Chiesa. In secondo luogo a minacciare questa fede cristiana, che era la sola professata dalla Chiesa, sorse non una, ma tante eresie. E non è affatto vero che fossero «credenze ugualmente legittime» o che «non esisteva il concetto di eresia»: al contrario subito la Chiesa le combatté e le condannò. Tutte le lettere apostoliche mettono in guardia dai «falsi profeti» e dagli «anticristi», che vengono accomunati dalla negazione della divinoumanità di Gesù. Basta che Citati legga la prima Lettera di Giovanni: «Ora molti anticristi sono apparsi. L'anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chi non riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne non è da Dio».
Anche sullo gnosticismo - la sua vera passione - Citati sembra clamorosamente disinformato. Innanzitutto non è vero che «l'origine della Gnosi è cristiana»: ormai è assodato che essa proviene dai sincretismi precedenti che mischiavano le religioni misteriche orientali, l'ermetismo, la qabbalah ed elementi di giudaismo alessandrino. Quando tale insieme confuso di dottrine strampalate cercò di insinuarsi dentro il cristianesimo stravolgendo la figura di Gesù Cristo e di Dio Padre (soprattutto con Basilide, Valentino e Marcione), immediatamente i Padri della Chiesa reagirono. Duramente. L'opera di S. Ireneo «Contro le eresie» testimonia che subito, nel II secolo, lo gnosticismo viene individuato e condannato, al contrario di quel che scrive Citati.
Il quale continua beffardamente a definire «un'idea cristiana» quella per cui Cristo non morì sulla croce e dice di ignorare da dove tale idea «giunse più tardi fino a Maometto». In realtà è un'idea anticristiana ed è notorio che giunse a Maometto dai vari gruppi eretici presenti nella penisola arabica. Tuttavia l'insieme delle posizioni di Maometto nei confronti di Cristo non si riscontra in nessuna delle sette eretiche, né monofisiti, né nestoriani, né ariani. Ed è chiaro che il Corano conosce in modo del tutto stravolto e sommario il cristianesimo: crede per esempio che la Trinità dei cristiani sia composta da Dio, Gesù e Maria. Anche in questo, dunque, ha ragione la Fallaci.
Forse per questa debolezza di argomenti, Citati, nel suo secondo articolo, elude le questioni sull'Islam sollevate nel primo, e sceglie di virare verso lo gnosticismo che lo attrae perché sarebbe quella la dottrina che spiega meglio il mistero del Male, nelle sue forme più orrende come «l'esistenza di Hitler e di Stalin». Consiglierei a Citati di leggersi Erich Voegelin, se non l'Opera omnia in 34 volumi pubblicata in America almeno «La nuova scienza politica» e «Il mito del mondo nuovo», e chiedersi - sulla scorta della sua riflessione - se il Male totalitario del Novecento non abbia proprio a che fare con il riemergere nella modernità dell'antico veleno gnostico.
Credo senz'altro a Citati quando protesta la sua assoluta mancanza di invidia verso la Fallaci. Ricordo soltanto che egli sfoderò una prosa altrettanto «vivace» quando Umberto Eco cominciò a sfornare best-seller: «Eco ha tutto del grande buffone. La vitalità, la volgarità, la cialtroneria; l'assoluta mancanza di idee; l'assenza di ogni fede; la superficialità totale». Naturalmente spiegò che non voleva affatto offenderlo e che lo paragonava ad altri «grandi buffoni» come Aristofane e Rabelais. Ma chissà come la prese Eco, definito alla fine «buffone del sacro».
A Citati, che in quella pagina mostrava di deprecare «quella serie foltissima di mistagoghi, ierofanti, ciarlatani» che dai tempi antichi a quelli moderni «piroettano intorno al sacro» con il lazzo e la derisione, vorrei chiedere, rispettosamente, un atto di lealtà intellettuale verso il cristianesimo. Chiederei cioè di non stravolgerlo a sua volta dentro minestre sincretiste e confusi misticismi che scambiano l'Io con Dio. Chiederei di non avere pregiudizi. E visto che lo stesso Citati ha firmato, tre mesi fa, un bell'articolo su S. Francesco, suggerirei di apprendere da lui la più alta saggezza, sconosciuta agli intellettuali: l'umiltà.
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