Rivera e un derby diventato amicizia «Nella vita ancora più campione»

«Abbiamo sempre pensato allo stesso modo. Da terzino inventò un ruolo. L’unico errore? Fare il centravanti... Per il calcio è stata la perdita più grave degli ultimi vent’anni»

Riccardo Signori

Rivera, come ricorda Facchetti? Compagno o avversario?
«Lo ricordo come una persona eccezionale sul piano umano. Avevamo un ottimo rapporto. Sul piano umano valeva anche più che su quello sportivo».
Più gentiluomo il giocatore o il dirigente?
«La formula giusta è quella del gentiluomo sempre. Non ha mai detto niente di negativo per essere malevolo. Di solito queste cose si dicono appena uno muore, ma nel caso è tutto vero».
Sul campo com’era?
«Uno che non ha mai fatto un fallo cattivo in vita sua. Almeno io non ne ricordo».
Lui giocava in difesa, lei a centrocampo. Quando vi incrociavate...
«Quasi mai, perchè lui giocava da una parte del campo ed io dall’altra. Lo vedevo da lontano».
Fuori del campo?
«Abbiamo continuato a vederci e sentirci. La pensavamo allo stesso modo, convinti che questo fosse un mondo dove dovevano essere rispettate le regole. Il rimpianto che ho sul piano umano è superiore a quello sportivo: era una persona umile, seria, per bene».
Chissà cosa le disse quel giorno in Messico, quando lei vide passare la palla dalla linea di porta. Si torna sempre a Italia-Germania...
«Non disse niente, figuriamoci. Sapeva mantenere il rispetto anche nei momenti difficili. Se uno ha cultura, la mette in pratica sempre».
Fu un grande giocatore, un terzino che fece epoca, interpretò il ruolo a modo suo...
«Facchetti ha inventato un ruolo. Pensare che un terzino andasse così avanti, facesse l’attaccante aggiunto, era impensabile ai suoi tempi. Ma lui dimostrò di saperlo fare bene sia quando difendeva sia quando attaccava. E gli allenatori adeguavano la squadra al suo modo di giocare».
Concluse da libero.
«Soluzione naturale: era un tipo responsabile e nel ruolo di libero serve sempre una persona equilibrata, la più equilibrata. Giacinto era l’ideale».
Provò anche a giocare da centravanti. Da un’idea di Herrera.
«Lasciamo perdere. È stato un errore storico. Per fortuna l’esperimento è finito subito. Non aveva senso».
Lo ricorda più come giocatore dell’Inter o della nazionale?
«Lo ricordo come un ottimo professionista. Che fosse dell’Inter o della nazionale poco conta. Da qualche parte doveva giocare».
È stato un esempio?
«La perdita di Facchetti per il calcio italiano è la più importante di questi ultimi vent’anni. Era un uomo che lavorava sempre in punta di piedi, senza cercare polemica».
Nel calcio ha lasciato qualche erede?
«No, Facchetti era Facchetti. Difficile da imitare. Le copie, di solito, sono sempre peggio dell’originale».
Ha speso l’ultima parte della vita all’Inter come dirigente. Ha lasciato l’impronta anche come presidente?
«Da presidente svolgeva un ruolo perfetto, sapendo di avere sopra di lui uno come Moratti».
Intende dire che Moratti è un padrone ingombrante?
«Moratti è un presidente per sempre. Non era facile ritagliarsi un ruolo, avendo rispetto per Massimo, e gestire i momenti difficili. L’insieme di tante piccole cose fa intendere quanto valgono gli uomini e quanto sono importanti».
E se dicessimo che Facchetti, in questa era morattiana, è il presidente nerazzurro che ha vinto di più?
«Lo dicono i fatti. Per me Facchetti è stato un dirigente che il calcio italiano poteva valorizzare anche di più. Lo ricorderemo vincente anche dalla scrivania».