Rivera sgambetta il Pd: è un brocco

dal nostro inviato

a Strasburgo

«Una schifezza, un trucco...». E lui non ci sarà. Gianni Rivera, già golden boy del calcio italiano, al Partito democratico che sta per nascere non crede e annuncia non sarà della partita. «Roba vecchia...», commenta sconsolato, «roba avariata fin da prima che veda la luce».
E più che qualche ragione da vendere ce l'ha l'ex capitano del Milan, primo italiano a vincere il Pallone d'oro (1969), poi approdato alla politica e passato dal Patto Segni al Ppi e poi alla Margherita. «Alle Europee del 2004 ci presentammo tutti assieme sotto il simbolo di Uniti nell'Ulivo. E poi che accadde? Che uno scelse i socialisti, l'altro i liberali e via per i rami. Io, subentrato nel 2005, venni tirato per la giacca da una parte e dall'altra ma preferii restare fedele alla lista in cui ero stato eletto. Mi iscrissi nel gruppo degli indipendenti e contrassegnai la mia appartenenza in Uniti nell'Ulivo... una sorta di Partito democratico ante litteram. Bene: non mi seguì nessuno e da quel momento venni guardato come entità anomala».
Be’, potrebbe rivendicare il suo essere antemarcia, no?
«Ma che dice!? Manco mi hanno chiamato quando fecero il gruppo dei 45 saggi che dovevano studiare il da farsi. Nessuno che in questi anni mi abbia chiesto perché ho preferito rimanere fedele ai voti che mi avevano portato a Strasburgo. E poi, guardi: la cosa non mi interessa più, nel modo più assoluto. Questo nuovo partito è una cosa vecchia e... null'altro che un trucco per non cambiar nulla».
Me le motiva queste sue critiche?
«Intanto ci si muove con almeno tre anni di ritardo. Un partito nuovo, frutto dell'unità di diverse forze politiche, lo si può fare davvero quando si è all'opposizione. Ai tempi delle europee... nel 2004, proprio. Che si deve fare? Semplice: si mette in campo un simbolo, si apre il tesseramento a tutti e magari - meglio se in tempi precedenti - si mettono assieme una dozzina di teste d'uovo per creare un programma serio. Noi siamo questi e vogliamo un Paese così. Ha visto qualcuna di queste semplici ma fondamentali scelte nella strada percorsa da Veltroni e compagni?».
Direi di no, ma...
«E allora di che stiamo parlando? Che primarie vanno a fare? Su chi? È già tutto stabilito: ci sono liste che appoggiano candidati scelti dall'alto e liste che appoggiano liste che appoggiano candidati. Una farsa».
Lei che avrebbe preferito?
«La stesura di un programma da parte di sociologi, politologi, teste pensanti; poi l'apertura delle iscrizioni a tutti e non a fasulli elenchi di vecchi dirigenti e infine un voto per andare al congresso di fondazione. Meglio 3/400mila iscritti autentici che dicono la loro piuttosto che 2 milioni di robot che vanno a votare dirigenti scelti dall'alto e privi di un autentico mandato popolare».
Veltroni non le va bene? Ma scusi, non è stato proprio lui a richiamarla in politica dopo l'esperienza a sottosegretario alla Difesa nominandola consulente allo sport per il Comune di Roma nel 2001?
«E chi l'ha più sentito da allora Veltroni?».
Non si è fatto vivo ora che il Pd entra in sala parto e di cui lei, di fatto, era l'unico esponente non tanto in Italia, ma addirittura in Europa?
«Per niente».
Per cui lei ha deciso di lasciare la compagnia, di appendere le scarpette politiche al chiodo...
«Sì, ma mica perché non mi hanno chiamato. È che detesto veder spacciato per il nuovo la somma dei vecchi. È che non capisco come si possa creare un nuovo partito quando i cassieri di Ds e Margherita già mettono le mani avanti dicendo che le loro casse rimarranno autonome e distinte. È che non credo alla riproposizione di vecchie facce sotto nuove sigle. È un imbroglio, non nuova politica... E poi, per fare che? Voglio vedere il giorno dopo che il Pd sceglie Veltroni leader come si mette per Prodi. Comunque, contento lui...».
Così parlò Gianni Rivera. Cui Gianni Brera riservò il soprannome di «abatino» per tocchi e corsa che gli sembravano leziosi. Ma che sul terreno politico non ha mai risparmiato bordate pesanti verso quel che gli pareva sbagliato. Da autentico golden boy.