La rivincita di Berlusconi: gli italiani hanno capito che la colpa non era mia

RomaLo descrivono sereno, quasi alleggerito dalla zavorra delle false accuse per cui tutti i mali della crisi erano imputabili alla sua persona. Berlusconi riparte per Arcore sorridente e quasi sollevato. Ma non vinto. Lo descrivono determinato e pronto alla rivincita. Quando? Difficilmente prima della scadenza naturale della legislatura, nel 2013. Nel frattempo vuole rimettere benzina nel motore del suo Pdl, oggi ingolfato tra anti e filomontiani. Con una parola d’ordine: più democrazia interna, più discussioni e primarie per il leader. Che per lui, in ogni caso, resta Alfano perché «è il migliore». Nel quotidiano, nei confronti del nuovo governo, è tutto un apri e chiudi, chiudi e apri. La politica del pendolo. Un giorno lancia e fa lanciare messaggi aperturisti, il giorno dopo spinge il tasto del «non possumus». Il bastone del «non saremo subalterni» e la carota del «saremo leali» nell’attesa che il neo premier scopra le sue carte e metta nero su bianco i suoi provvedimenti.
Questa oscillazione ha sostanzialmente due ragioni. La prima è che per ora Monti ha soltanto enunciato i capitoli della sua azione di governo ma i paragrafi restano ancora bianchi; dietro il «rigore» ci può stare di tutto. Per cui occorre aspettare per capire quanto il boccone montiano sia amaro. Forse addirittura indigeribile. Ici? Patrimoniale? Dipende da quale imposta sugli immobili e dipende da che tipo di tassazione arriva. La seconda ragione è che il partito gli si sta sbriciolando tra le mani e schiacciare il tasto della «responsabilità» fa da colla agli scajoliani e ai moderati che ormai ammiccano ai centristi di Casini; mentre pigiare su quello dell’antimontismo è il nastro adesivo per tenere legati al Pdl quasi tutti gli ex An ma non solo, cronici malpancisti nei confronti del governo dei tecnocrati. Berlusconi sa bene che la sua creatura è a rischio implosione e che sotto sotto già ci sono movimenti tellurici che potrebbero provocare il terremoto. Tuttavia insiste a predicare ai suoi unità e sangue freddo.
Durante le recenti riunioni dell’ufficio di presidenza del Pdl, convocate per decidere sul da farsi, ha toccato con mano le diversità di opinioni dei suoi, riconoscendo le ragioni di tutti. Ma ha anche apprezzato il fastidio di molti pidiellini nei confronti delle etichettature affibbiate loro alla stampa. Specie quelle degli ex An che in più occasioni hanno sbottato: «Noi non siamo “ex”; siamo Pdl e basta. Crediamo nel partito e non abbiamo nostalgie. Ma abbiamo il diritto di far sentire la nostra voce se non siamo d’accordo». Pare che Berlusconi abbia apprezzato questa impostazione, tanto da voler dare al partito siringate di democrazia interna, convocando l’ufficio di presidenza una volta al mese e intensificando le cene con i parlamentari a 30 alla volta per mettere a punto la strategia. Insomma, il «non lascio ma raddoppio» è sincero e determinato. E, dicono i suoi, «ha intenzione di puntare sul web e rilanciare il partito» che però deve restare unito e scegliere democraticamente il leader attraverso le primarie. Ma è ovvio che il Cavaliere faccia il tifo per Angelino.
Berlusconi, in privato, pare abbia riconosciuto qualche errore, come per esempio non aver lasciato prima avendo così la possibilità di indicare per tempo il proprio successore a palazzo Chigi; ma il Cavaliere non è solito piangere sul latte versato. E, giurano i suoi, «sta aspettando la rivincita». Sebbene il Cavaliere in cuor suo speri che il governo Monti ci porti fuori dalla crisi facendo approvare i contenuti della lettera alla Bce e poi la parola passi agli elettori, la sensazione che il governo possa durare fino al termine della legislatura è forte. «Avrà un gran lavoro da fare - dice - e farà molte cose in continuità col mio governo, tra cui affrontare il nodo della Bce». In attesa del riscatto, Berlusconi lavora su due fronti. Il primo è cercare di ricucire lo strappo con l’alleato leghista, oggi su posizioni barricadere e antimontiane; l’altro è salvaguardare il bipolarismo, oggi messo in crisi dall’operazione «tecnocrazia».