La rivincita del Lotto non è solo fortuna

All'indomani dell'estromissione di san Gennaro dal calendario liturgico (anni Settanta), una mano anonima scrisse sul basamento di una statua che lo effigiava: «San Gennà, futteténne!».
Qualcosa del genere (ma riferito a San Pantaleone, protettore dei giocatori del lotto) si sarebbe dovuto scrivere sulla facciata dell'Ufficio Lotterie, in via Grande Archivio 17, Napoli, dove da secoli avvenivano le estrazioni, allorquando i giornali annunciarono che il lotto non era più il gioco principe dei napoletani. Era stato superato dalle schedine del totocalcio, dal superenalotto e da altre lotterie.
I dati saranno pure veri, ma il gioco del lotto rimarrà in eterno il gioco dei napoletani, e sapete perché? perché è legato al sogno. E a Napoli, toglietele il sogno, le avete tolto tutto. Lo stesso libro dei numeri, la Smorfia, ha a che fare col mondo onirico: Smorfia è infatti corruzione di Morfeo, dio del sogno.
Nell'Ottocento il lotto divenne un'ossessione per i napoletani. Giocavano tutti, senza distinzione di ceto, come ricorda Matilde Serao: «Ma non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s'intromette in tutte le borghesie (...) arriva fino all'aristocrazia (...) Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli». Finanche Giacomo Leopardi fu preso da questa febbre, arrivando perfino a dare «numeri al popolino», come riferisce Antonio Ranieri, l'amico che lo ospitò a Napoli. Alessandro Dumas padre dichiarò di aver «sentito in una chiesa la preghiera di un lazzarone: domandava a Dio di pregare san Gennaro (sì, avete letto bene!) di farlo vincere al lotto». Ancora la Serao racconta di un uomo che aveva giocato per quarantacinque anni lo stesso terno, senza prendere mai; la prima volta che se ne dimenticò, il terno uscì e lui morì di crepacuore.
Nei secoli vi furono numerosi tentativi di sopprimere questo gioco, ritenuto immorale dalla Chiesa, e giudicato dagli intellettuali «una partita vergognosamente ineguale tra il fisco e il popolo» (Monnier). Si giunse perfino alla scomunica (papa Alessandro III) ma tutto fu vano. Tentò anche Giuseppe Garibaldi appena entrato in Napoli da liberatore (diciamo così). La «risposta» dei napoletani fu un incremento delle puntate: di più, stabilirono che l'Eroe dei due mondi «faceva» non so che numero nella Smorfia.
Per Domenico Rea, Napoli, è e sarà sempre un «mondo a parte», un mondo dove il sole, la luna, la pioggia, la neve, la grandine hanno un significato misterioso. Se un topo esce da una fogna e morde un passante, se passano due carabinieri in alta uniforme, se di prima mattina si incrocia un monaco, o un gobbo, o uno zoppo, questi, per un napoletano, sono segnali, «inviti» a trasformare la visione in numeri del lotto. Ed è per questo che nelle ricevitorie c'è folla come in banca o alla Posta.
Sempre la Serao racconta di una popolana, che, chiamata in giudizio per aver dato un pugno a una rivale, così si discolpò: «M'ha chiamata sittantotto!», costringendo il magistrato a provvedersi di Smorfia, e scoprire che 78 fa la puttana.
Ora il gioco del lotto s'è preso la sua rivincita sulle svariate (e più ricche) lotterie italiane, ritornando in tv alle ore 20, il che significa maggiore attenzione a un gioco che rischiava di finire nel dimenticatoio (fino a un certo punto, però. Il giro d'affari è pur sempre di 5,7 miliardi di euro). È sicuro che oggi si giochi molto meno al lotto dei tempi della Serao, e certamente non si tratta più di un sogno culinario («Se pigliassi un terno vorrei levarmi lo sfizio di mangiare carne ogni giorno» fantasticava una sartina nel Paese di cuccagna) ma molto spesso dell'acquisto di una seconda casa o della «sistemazione» di tutta la famiglia. Sogno destinato a rimaner tale nella stragrande maggioranza dei casi, se è vero che ci vogliono 848 vite per indovinare una cinquina al lotto.
E ben lo sa mia madre, novantanovenne, che in settant'anni di gioco «matto e disperatissimo» ha vinto una sola volta. Non al lotto, ma a una lotteria rionale. Si trattò di una gallina che ci disputammo in sette.