RIVINCITA DELLA POLITICA

Lo scontro parlamentare muro contro muro sulla riforma elettorale nasconde un'anomalia: coloro che oggi sono i più strenui difensori del Mattarellum ne riconoscono però tutti i difetti, contestano a priori un maggioritario costruito sul proporzionale, ma non riescono ad indicare un'altra scelta possibile. Non rispondono alla domanda su quale può essere la legge migliore per aiutare il sistema politico a recuperare stabilità ed efficienza. Questo è il problema italiano, al di là delle ragioni contingenti che hanno improvvisamente accelerato la messa all'ordine del giorno della riforma, un tema che oltretutto si ripropone per la seconda volta consecutiva alla fine della legislatura.
In altre parole c'è un vuoto. Non è un caso che nessuno abbia riproposto ad esempio la soppressione della quota proporzionale e il rafforzamento del maggioritario con il completamento dell'uninominale. Perché? Fondamentalmente, perché appartiene alla preistoria il referendum della primavera del 1993 - tanto invocato dai custodi del rispetto della sovranità popolare - e perché pesa ancora il duplice fallimento delle altre due consultazioni referendarie del '99 e del 2000 che segnalarono la preoccupazione di non cancellare per legge la frammentazione partitica. Un taglio chirurgico di questo tipo non solo non avrebbe alcuna possibilità di passare in Parlamento, ma non aiuterebbe neanche i contrastati processi politici volti ad un ridisegno del quadro politico - questione aperta soprattutto nella Casa delle libertà e frettolosamente riapertasi nell'Unione in questa occasione. È vero che si evocano di tanto in tanto altre soluzioni, come il doppio turno, che però non avrebbe alcuna possibilità di raccogliere il necessario consenso parlamentare. La verità, da un lato, è che non c'è un'alternativa e, dall'altro, che in una democrazia le riforme si fanno quando esiste una maggioranza convinta di realizzarle.
Quello che non si può più fare è continuare ad avvolgere il Mattarellum nei suoi miti e rassegnarsi al rischio dell'instabilità. Quanto al mito maggiore - la governabilità e le garanzie di alternanza offerte al corpo elettorale - si tende infatti a dimenticare che in poco più di undici anni si sono alternati cinque capi di governo, otto diverse compagini ministeriali, mentre due cambiamenti di maggioranza sono avvenuti a legislatura in corso. Così come si tende a dimenticare che solo questa legislatura ha offerto, nonostante le sue turbolenze e le tensioni nel centrodestra, una reale continuità. Cioè non corrisponde alla realtà il mito di un'architettura elettorale che offre l'investitura diretta al presidente del Consiglio e che assicura la governabilità. Al contrario, anche in quella che chiamiamo Seconda Repubblica, le riforme e le trasformazioni attuate non sono cadute dall'alto di una legge, ma sono state imposte essenzialmente dalla forza della politica, cioè dal ruolo delle leadership e dai rapporti tra i partiti. L'altro mito è che solo il Mattarellum abbia i requisiti per essere definito maggioritario. La legge in discussione alla Camera, pur prevedendo il proporzionale, conserva invece quei requisiti. Si limita a correggere, attenuandolo, il premio da conferire al vincitore. E ha soprattutto il vantaggio, non secondario, di far pesare i partiti per i consensi che hanno e non per le trattative preventive sui candidati nei collegi uninominali o per le rendite di posizione in Parlamento. Può essere una proposta imperfetta, ma in questo passaggio che vive l'Italia - con un bipolarismo imperfetto che ha costruito gabbie e non liberato energie - può avere il merito di ridare alla politica la sua necessaria centralità.