La rivincita della vera pelle: «È più verde di quella ecologica»

«C’è una sola firma dietro le grandi firme: pelle italiana». Lo slogan della pubblicità dell’industria conciaria italiana (Unic) ne racconta la voglia di riemergere. Come è emerso dalle parole del presidente uscente, Graziano Balducci all’assemblea generale dei conciatori che si è svolta il 23 giugno a Milano. Per la cronaca il nuovo numero uno per il biennio 2011-2013 è il veneto Rino Mastrotto, a capo del Rino Mastrotto Group S.p.A. Quattro i vicepresidenti: Graziano Balducci (presidente uscente), Franco Donati, Giuseppe Walter Peretti, Gianni Russo.L’industria conciaria, che appartiene a 1.330 aziende in Italia, quest’anno ha chiuso un bilancio negativo: «Il 18% in più della produzione e il 28% in più di export è stato sopraffatto dal +71% di costo delle materie prime e da un +20% di sostanze chimiche» ha dichiarato Balducci. Dissanguati dalle tasse, gli imprenditori denunciano: «Il 74% del venduto è stato frutto di esportazione in 121 Paesi tra i quali la Cina è il primo con oltre il 20% ma il 69% di imposta effettiva da noi pagata ci ha ricollocato al vertice della vessazione fiscale universale. È un non-senso: produciamo reddito, diamo lavoro a migliaia di famiglie e di imprese e veniamo depredati». Balducci ha posto l’attenzione anche su un altro aspetto: la mistificazione del termine eco-pelle. «Ecologico è ciò che rispetta l’ambiente, il contrario delle produzione di sintesi - ha precisato l’ex presidente - La conceria usa uno scarto, deperibile e putrescibile, libera la società da un rischio sanitario, prende una risorsa che continuamente si rinnova. I piazzisti esaltano i poliuretani e umiliano il cuoio e la gente compera per luoghi comuni».
I principali clienti dell’industria conciaria sono i produttori di calzature a cui viene venduta quasi la metà (48%) delle pelli prodotte a livello nazionale. Segue l’industria dell’arredamento (18,7%), la pelletteria (17,8%), l’abbigliamento (5,9%), gli interni auto (4,6%) e gli altri prodotti (4,9%).La concia è uno dei settori industriali italiani che più di altri trova uno sbocco all’estero, come appare dai dati di commercio estero. L'export di pelli finite, destinato a 116 Paesi, attualmente rappresenta infatti i due terzi del fatturato totale (percentuale doppia rispetto a 15 anni fa), mentre l'approvvigionamento estero di materia prima, che da anni copre oltre il 90% del fabbisogno del settore, ha origine da 116 Paesi. Nel dettaglio, il volume di importazione di pelli grezze incide per il 49% sull'import totale di materia prima, mentre due speciali lavorazioni, il wet-blue e il crust, rispettivamente per il 50% e l'1%. Data la fondamentale importanza delle forniture dall'estero è sentito il problema del protezionismo.
Nonostante l’agguerrita concorrenza, la nostra industria conciaria detiene tuttora il primato internazionale. Il valore della produzione pesa per il 17% a livello mondiale, percentuale che sale al 65% se consideriamo la sola Unione Europea. Sul piano commerciale calcoliamo inoltre che una pelle su cinque commercializzate tra operatori internazionali è di origine italiana.