La rivincita di Zio Paperone, il sogno americano ha 60 anni

Creato nel 1947, l'avaro dei fumetti si rivela una metafora del Paese che si è fatto da sé

Sostengono alcuni che Paperon de’ Paperoni sia un fortunato. Sostengono anche che sia l’anatide parlante più avaro del mondo. Sostiene il lamentoso nipote Paperino che lo «zione» lo costringa per una manciata di pidocchiosi nichelini a lucidar tonnellate di dollaroni. Di certo nessuno è ricco quanto lui, che misura la ricchezza in fantastiliardi: Bill Gates non va oltre i miseri miliardi. Ma c’è poco da fare, la prosperità fa invidia, e l’effetto collaterale è la calunnia.

Il decano dei paperi Disney se ne infischia, tosto come il ghiaccio del Klondike in cui ha scavato il primo miliardo in pepite. Ora che compie 60 anni però, un percorso che a molti, non a lui, basta per la pensione, va resa giustizia a una vita di avventure e affari vissuta a schiena dritta, come gli integerrimi pellegrini del Mayflower o i pionieri del West, padri fondatori dell’America che ha la spina dorsale nelle Rocky Mountains e il sangue impetuoso come il Colorado river.

Nemmeno Carl Barks, quando soffiò la vita nel disegno di un papero scozzese con ghette e basette canute, immaginava che Scrooge McDuck, il nome svela l’ispirazione diretta all’Ebenezer Scrooge di micragnosa e dickensiana memoria, sarebbe divenuto un personaggio stabile dell’epopea di Paperopoli. Era il 1947 e nell’America che aveva vinto la guerra tutti millantavano uno zio ricco. Il padre di Paperino e parenti volle dare a questa figura mitologica un volto, con becco, ovvio, e un patrimonio tangibile: tre acri cubici di dollari, stipati in un (quasi) inespugnabile deposito. E un posto speciale per la «Numero uno», la moneta da 10 cent di dollaro primo guadagno di Paperone ancora ragazzo in Scozia, pagamento irrisorio per aver pulito una montagna di scarponi infangati e per giunta in una valuta straniera non spendibile. Una truffa quindi, la ferita che insegnerà a Pdp a essere da allora in avanti «più duro dei duri e più scaltro degli scaltri». Quella moneta diventerà il suo portafortuna e il suo monito perenne: ricorda da dove vieni e che fatica ti è costato arrivarci.

Perché altro che fortunato, la storia di Paperone è costellata di fallimenti e asprezze. Negli affari: prima di raggiungere la ricchezza durante la Corsa all’Oro, lo zione è costretto a emigrare più volte, collezionando un flop nella caccia a un tesoro perduto sul Mississippi, il furto di diamanti in Sudafrica, la rinuncia a un successo minerario in Australia perché sarebbe però costato il tradimento di un amico. È un papero tutto d’un pezzo. Altro che sfruttatore e avaro. Mica è un parassita che campa d’assistenza parentale come Paperino, che vive nella casa di proprietà dello zio (e poi che razza di lavoro è lucidare le monete?). Paperone non è un ricco alla Gates che va in giro a far bei discorsi. Paperone si sporca le mani, il suo deposito è una Wunderkammer della ricchezza, i suoi bagni nei dollari un omaggio al frutto di fatica e ardimento. «Attaccato al denaro, è vero - ha detto Giorgio Pezzin, un autore italiano - non per taccagneria, ma con l’amore del collezionista che conosce il lavoro e la passione che stanno dietro a ogni moneta». Lui è l’America che si rimbocca le maniche e conquista la Luna, Paperino la classe media che si abbandona agli eventi, inveisce contro il destino e sparla di chi ce l’ha fatta. Con Paperino ci si immedesima, a Zio Paperone il destino di tirare la carretta per tutti e subirne pure i livori. Ma lui, vecchia quercia, come l’America, non conta gli anni e guarda avanti.