La rivista letteraria? Muore se non vive di conflitti e di battaglie di idee

La crisi attraversata da «L'indice dei libri del mese» è paradigmatica per il settore dell'informazione letteraria. Il postmoderno - spiega Walter Pedullà - ha portato con sé la fine dei conflitti e questo quieto vivere non fa bene alle riviste di cultura

Tempi duri per le riviste letterarie. La crisi che si sta vivendo nella redazione torinese de «L'Indice dei libri del mese» è a un tempo del tutto particolare e paradigmatica di un settore, quello dell'informazione letteraria, costretto a cambiare pelle con la rivoluzione digitale. Paradigmatica perché l'evoluzione del settore dell'informazione letteraria viene pesantemente condizionato dalla crisi del settore librario. A fronte di una crescita di fatturato, dovuto principalmente a instant book, saggistica varia e soprattutto grandi bestseller, è in forte calo quel settore maggiormente legato al cosiddetto «catalogo»: romanzi e saggistica di qualità che non seguono le mode effimere del momento ma contano su una vita più lunga negli scaffali delle librerie proprio perché sono i lettori colti a fare la loro fortuna. È comunque anche del tutto singolare la crisi de «L'incide dei libri del mese» perché da 27 anni la rivista porta avanti una linea editoriale affatto originale (anche se mutuata da due colossi stranieri come il «New York Times Review of Books» e il «Times Literary Supplement»). Il mensile di recensioni librarie, fondato da Cesare Cases nel 1984 e attualmente diretto da Mimmo Candito, rischia insomma la chiusura per una difficile condizione economica. In questi giorni sono stati avviati contati con un imprenditore (di altro settore) che si è proposto come deus ex machina per risolvere con un happy end la crisi di mezza estate del foglio letterario. I soldi, insomma, arriveranno ma la crisi (quella più generale) è tutt'altro che scongiurata. E basta andare a riprendere le indicazioni avanzate nell'84 da Cases nel suo editoriale di presentazione ai lettori per capire quanto oggi quelle parole risultino fuori luogo o quanto meno anacronistiche. «L'essenziale è che il primo momento, cioè l'esposizione del contenuto, abbia la centralità che gli spetta. La connivenza con il lettore non dovendo stabilirsi - scriveva Cases - né attraverso l'interesse specialistico né attraverso lusinghe formali, è solo il contenuto a determinarla. L'essenziale è che attraverso l'esposizione il lettore acquisisca una chiara idea di quel che il libro è e delle ragioni della sua importanza, ragioni che hanno fatto sì che lo scegliessimo a differenza di altri». Oggi lo strapotere dei marchi editoriali, capace di condizionare pesantemente anche la qualità dell'informazione (e la sua indipendenza), ha reso sempre meno essenziali per la fortuna di un libro le recensioni. Si preferiscono: segnalazioni, brevissime sinossi (spesso copiate dai comunicati degli uffici stampa) e soprattutto interviste agli autori che ti spiegano sempre la stessa cosa: il libro che li ha folgorati, come scrivono e che tipo di rapporto hanno con la lettura. Il lettore non si documenta e non confronta giudizi autorevoli e qualificati per capire cosa comprare in libreria. Si affida all'intuito e spesso si lascia sedurre dal marketing editoriale più o meno a guardia abbassata. Quindi le recensioni non servono più. E - soprattutto - non serve più una rivista autonoma e autorevole fondata sobriamente sulle recensioni. E tra i primi a capirlo ci sono proprio le case editrici che - come ha ricordato in questi giorni Mimmo Candito - hanno praticamente smesso di far pubblicare sul giornale le pubblicità editoriali (praticamente l'ossigeno per una rivista come questa).
In un settore in crisi come questo c'è però chi non si dà per vinto e continua il proprio lavoro di promotore culturale. Interpellato dall'Adnkronos, Walter Pedullà, decano dei nostri critici militanti e direttore di due riviste di pregio come «L'illuminista» e «Il Caffè illustrato», si dichiara cautamente ottimista. Si può resistere? «Sì. Cambiando il linguaggio e tornando ad essere luogo di resistenza politico-culturale». A godere di una vita più semplice, per Pedullà, sono state anche «le riviste che hanno sostenuto un mutamento radicale della società attraverso la cultura: è il caso di "Mondo OperaiO". O quelle letterarie del Novecento come "La Voce", "La Ronda", "Solaria" e "Frontespizi"». Per Pedullà queste riviste hanno avuto la capacità di radunare un movimento culturale che ora «in Italia manca perché non c'è un luogo in cui gli intellettuali si danno appuntamento per dire qualcosa. Scambiandosi magari opinioni diverse che concorrono a definire un disegno complessivo della nostra società».
«Io - scandisce convinto Pedullà - credo nelle riviste. Le mie hanno raggiunto il decimo anno di vita anche se in modo precario. Riesco a tenere in equilibrio i conti con le inserzioni pubblicitarie e gli abbonamenti. Vado avanti chiedendomi se la rivista ha ancora una funzione. E la mia risposta è sì». Le riviste, ribadisce il critico, sono il luogo della «resistenza culturale». Sarebbe una tragedia se questo canale di diffusione della cultura dovesse esaurirsi. «Ecco perché sarebbe un danno enorme l'eventuale chiusura dell'"Indice dei libri del mese". Ora, però, non c'è più la rivista che riesce a creare una corrente culturale. Anche perché il post-moderno ha portato con sé la fine del conflitto. E il conflitto nelle riviste è indispensabile. Il quieto vivere, insomma, non alimenta il dibattito».