Rivivono gli affreschi di Bernardino Butinone

Veniva da Treviglio, Bernardino Butinone. Un nome che oggi forse fa sorridere ma che sul finire del Quattrocento era sinonimo di capacità e perizia tecnica, altrimenti un precisino come Bramante non l'avrebbe mai voluto a Milano per partecipare al grande cantiere di Santa Maria delle Grazie. «Butinone rappresenta il pensiero di Bramante», commenta l'assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi aggirandosi nella navata laterale sinistra della maestosa basilica dove è appena stato ultimato il restauro di dipinti murali realizzati dall'artista di Treviglio tra il 1482 e il 1485 e che fino a poco tempo fa versavano in stato di degrado.
Ora sono di nuovo ben visibili, nella loro compostezza, le quattro figure ritratte nei pilastri: San Domenico, sopra su un tappeto orientale per un ovvio omaggio all'ordine religioso del vicino convento, il Beato Reginaldo, il Beato Robolado (fondatore, tra l'altro, del convento domenicano milanese a Sant'Eustorgio) e il Beato Jacopo. Il restauro, realizzato da Paola Villa con un finanziamento di Damiani, ha di nuovo fatto sorridere padre Stefano Rabacchi, priore del convento meneghino, lieto che «questi siano anni fecondi e ben finalizzati ai restauri della basilica».
«È stato svolto un lavoro complesso a causa della presenza di rifacimenti successivi, specie ottocenteschi, che abbiamo mantenuto dopo aver pulito le superfici dalle polveri sottili, tamponato le umidità e consolidato gli intonaci distaccati», spiega la restauratrice milanese Paola Villa. «Il Butinone continua con l'illusione pittorica quanto fatto da Bramante nella composizione architettonica di una chiesa il cui abside ancora oggi ci appare imponente, quasi fosse un ottovolante, una grande giostra», commenta Sgarbi. Ed è nel complesso delle Grazie, con il Cenacolo, la struttura bramantesca e i ricchi cicli di affreschi all'interno della basilica che, secondo Sgarbi, si realizza la più felice stagione dell'arte lombarda. Oggi i chiaroscuri ritrovati nelle lunette dei santi e soprattutto la cura del dettaglio nelle decorazioni, con rosette che paiono fatte di marmo anziché dipinte, ci raccontano di un'epoca in cui Milano era il laboratorio artistico più all'avanguardia d'Europa.